Un'avventura che il campione paralimpico racconta così: «E' stata un'avventura pazzesca. Eric ha iniziato a patire il freddo con degli spasmi muscolari e non riusciva più a tenere la sua handbike che piegava tutta a sinistra. A quel punto ho capito che era troppo rischioso arrivare in queste condizioni a Venezia per cui, memore dell'esperienza dello scorso anno con Canali, ho deciso di sganciare la ruota anteriore di Eric e agganciare il suo mezzo al mio con una corda trovata per caso sul percorso spuntata da un bidone della spazzatura. Abbiamo smontato la ruota anteriore della carrozzina di Eric, l'ho legato dietro a me e siamo ripartiti. Sembravamo l'A-Team.
Il bello doveva ancora venire perchè qualche chilometro dopo mi si rompeva la guaina del cambio e tutto ciò mi ha costretto ad utilizzare un rapporto durissimo e fare una fatica incredibile. Poi, miracolosamente, ho trovato un nastro e ho steccato la guaina rotta attorno al freno. In questo modo sono riuscito a cambiare di nuovo e rendere quindi più facile la mia pedalata. Inoltre, ero troppo incitato da Eric che dietro di me urlava vai trattore che ce la facciamo, arriviamo al traguardo!. Iniziavano così i 13 ponti di Venezia dove facevo fatica a tenere l'handbike perché la ruota anteriore slittava, visto che tutto il peso era sbilanciato all'indietro. Avevamo il pubblico e i volontari ad aiutarci, sapevamo che il traguardo era vicino e non potevamo mollare.
Dopo l'ultimo ponte mi sono fermato per attendere l'accompagnatore in bicicletta che avrebbe dovuto portarmi la ruota anteriore dell'handbike di Eric, perché volevo fosse lui a transitare per primo sul traguardo. Purtroppo, l'accompagnatore non è mai arrivato e così ho deciso di trainare Eric fino a 1 centimetro dall'arrivo, sono sceso dalla mia handbike e, come già fatto lo scorso anno con Francesco, ho fatto in modo che fosse il suo corpo a transitare per primo sotto la linea di arrivo. E' stata durissima ma anche stavolta un'emozione incredibile: non potevo arrendermi, perché Eric ci ha creduto dal primo all'ultimo metro».
Un'avventura che il campione paralimpico racconta così: «E' stata un'avventura pazzesca. Eric ha iniziato a patire il freddo con degli spasmi muscolari e non riusciva più a tenere la sua handbike che piegava tutta a sinistra. A quel punto ho capito che era troppo rischioso arrivare in queste condizioni a Venezia per cui, memore dell'esperienza dello scorso anno con Canali, ho deciso di sganciare la ruota anteriore di Eric e agganciare il suo mezzo al mio con una corda trovata per caso sul percorso spuntata da un bidone della spazzatura. Abbiamo smontato la ruota anteriore della carrozzina di Eric, l'ho legato dietro a me e siamo ripartiti. Sembravamo l'A-Team.
Il bello doveva ancora venire perchè qualche chilometro dopo mi si rompeva la guaina del cambio e tutto ciò mi ha costretto ad utilizzare un rapporto durissimo e fare una fatica incredibile. Poi, miracolosamente, ho trovato un nastro e ho steccato la guaina rotta attorno al freno. In questo modo sono riuscito a cambiare di nuovo e rendere quindi più facile la mia pedalata. Inoltre, ero troppo incitato da Eric che dietro di me urlava vai trattore che ce la facciamo, arriviamo al traguardo!. Iniziavano così i 13 ponti di Venezia dove facevo fatica a tenere l'handbike perché la ruota anteriore slittava, visto che tutto il peso era sbilanciato all'indietro. Avevamo il pubblico e i volontari ad aiutarci, sapevamo che il traguardo era vicino e non potevamo mollare.
Dopo l'ultimo ponte mi sono fermato per attendere l'accompagnatore in bicicletta che avrebbe dovuto portarmi la ruota anteriore dell'handbike di Eric, perché volevo fosse lui a transitare per primo sul traguardo. Purtroppo, l'accompagnatore non è mai arrivato e così ho deciso di trainare Eric fino a 1 centimetro dall'arrivo, sono sceso dalla mia handbike e, come già fatto lo scorso anno con Francesco, ho fatto in modo che fosse il suo corpo a transitare per primo sotto la linea di arrivo. E' stata durissima ma anche stavolta un'emozione incredibile: non potevo arrendermi, perché Eric ci ha creduto dal primo all'ultimo metro».
Rio. «Io, a Rio, ci sarò. Sì, certo, me lo dovrò guadagnare, ma ci sarò. E se ci vado, non è per vedere la spiaggia». Alex Zanardi, intervistato dal mensile GQ, prenota un posto per le prossime Paralimpiadi. L'ex pilota non sembra spaventato dalla prospettiva di arrivare ai prossimi Giochi a 50 anni ed è convinto di poter andare più forte di atleti più giovani: «Sì, io tiro come una bestia». Zanardi parla poi dell'esclusione dalla maratona di New York dove in passato ha trionfato con il record del percorso: un'ora, 13 minuti e 58 secondi per i 42 chilometri e rotti più famosi al mondo, toccando punte di 70 all'ora giù dal ponte di Verrazzano: «Dicono che è per ragioni di sicurezza, ma francamente mi sembra una balla coi fiocchi. E poi non capisco bene. Il motto dei Giochi dedicati a noi disabili era: 'Inspire a generation', dare l'esempio che si può, sempre, che uno può inseguire il suo sogno anche se gli manca un pezzo, o due. Non so se questo sentimento a New York è arrivato. A occhio, non direi».
«Non sono Superman e nemmeno Padre Pio -aggiunge Zanardi-. Ho patito l'inferno nei centri di riabilitazione, ho visto molti altri patirlo. Persone che si arrendono sfinite dal dolore, dalla disperazione. Ma le cose possono essere fatte. L'importante è desiderare. E io ho desiderato tanto. Io sono drogato di sport, di sfide. Anche se c'è da aprire un barattolo che non si apre: per me diventa subito un braccio di ferro col coperchio. Quanto valgo oggi? Quanto posso valere di più domani?» Zanardi parla poi dei cambiamenti nella sua vita dopo l'incidente: «A parte i 14 chili di gambe in meno? Quando correvo fino ai 400 all'ora sulle piste di tutto il mondo, ero io da solo. Adesso, su quell'handbike, c'è mezza Italia che spinge con me. Sento che la gente mi vuole bene -sottolinea l'oro alle Paralimpiadi di Londra-. Ma, in fondo, non ho fatto niente di speciale. Ho preso la bicicletta. E ho pedalato».
fonte:http://www.ilmessaggero.it/
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