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Ilaria

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domenica 18 novembre 2012

“Bamboccioni” non si nasce

Intervista a Serena Mortari 
Affetta da una grave malattia neuromuscolare, in un periodo di crisi socio-economica in cui i giovani sono spesso accusati di essere dei “bamboccioni” senza sogni da realizzare, la giovane mantovana Serena Mortari ha avuto il coraggio di seguire le proprie passioni, avviando uno studio che offre servizi alla persona.

Serena MortariSerena: nomen omen, è il caso di dire, quando la guardi, infatti, infonde tranquillità, ma soprattutto intelligenza e raffinatezza. Serena Mortari, questa squisita giovane mantovana, affetta da atrofia muscolare spinale, proprio in un periodo di crisi socio-economica in cui i giovani sono accusati di essere dei “bamboccioni” senza sogni da realizzare, ha avuto il coraggio di seguire le sue passioni, aprendo uno studio che offre servizi alla persona.
Dottoressa Mortari, può dirci, per cominciare, qual è stata la sua formazione?
«Dopo la scuola dell’obbligo ho conseguito la maturità scientifica. In seguito mi sono laureata in Scienze dell’Educazione a Verona, con una tesi dal titolo Arte-terapia in educazione speciale. In quegli anni ho avuto l’opportunità di svolgere un’esperienza di tirocinio presso una struttura che accoglie minori maltrattati e/o senza riferimenti familiari, e malati di HIV-AIDS. Il mio percorso formativo è proseguito con il conseguimento di un master in Pedagogia Cognitivo-Neuromotoria, grazie al quale ho potuto condurre in équipe una ricerca applicata per la valutazione della qualità delle cure presso l’ARC (Associazione Ricerca sulle Cerebropotenzialità) di Verona. Inoltre ho partecipato a un project-work legato a un’attività di ricerca, consistita nello studio di casi di minori in situazione di handicap, inseriti nelle scuole d’infanzia del Comune di Vicenza.
Ancora, nel maggio del 2011 ho conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Scienze dell’Educazione e della Formazione Continua presso l’Università di Verona, con la tesi dal titolo Disabilità e sicurezza nell’impresa: formazione e prevenzione. La strategia formativa della personalizzazione per una cultura della sicurezza inclusiva in azienda. In letteratura si riscontra una grave lacuna: a seguito infatti dell’obbligo per le aziende di assumere persone con disabilità (Legge 482/68, abrogata dalla 68/99), in Italia non si sono mai compiuti studi sulla gestione della sicurezza di questi lavoratori. Il progetto di ricerca è stato presentato al Congresso Internazionale “Mediterraneo senza Handicap”, intitolato Dignità e cittadinanza reale della persona con disabilità, tenutosi a Marsiglia nel 2009, mettendo in evidenza le problematiche emerse dalle prime fasi di studio.
Lavorando alla laurea prima, al master e al dottorato poi, ho potuto mettere a frutto la mia capacità di affrontare terreni scientifici vari e valorizzare un certo eclettismo, sviluppando una sensibilità che mi permette un approccio delicato, ma allo stesso tempo concreto e incisivo ai problemi che le persone si trovano ad affrontare in situazioni di difficoltà».
Quanto ha contato la disabilità nelle sue scelte dapprima scolastiche e poi lavorative?
«Devo ammettere che la disabilità ha avuto un peso considerevole. La scelta del liceo scientifico è stata compiuta tenendo conto anche del fatto che era l’unico istituto che non prevedeva rientri pomeridiani, che per me sarebbero risultati fisicamente pesanti, e che mi avrebbero reso più difficile proseguire le mie attività di fisioterapia. Cosa, per altro, che alla fine è successa ugualmente, in quanto si tratta di una scuola particolarmente dura, che richiede un grande impegno nello studio. A questo si aggiunga la scarsa disponibilità degli insegnanti a venire incontro alle mie esigenze. Solo negli ultimi tempi, ad esempio, mi fu concesso l’uso del computer in aula.
Anche la scelta dell’università è stata poi condizionata in qualche modo dalla mia disabilità perché a Mantova, dove vivo, ai tempi non c’erano facoltà di mio interesse e quindi ho dovuto ripiegare su un Ateneo a me vicino, come quello di Verona e la mia passione per Psicologia è stata dirottata verso Scienze dell’Educazione.
Per quanto riguarda infine il lavoro, la mia condizione ha influito su due fronti: da una parte la voglia di diventare – in quanto persona con disabilità e con competenze specifiche maturate in questo ambito – una risorsa per chi come me vive questa problematica, e dall’altra parte la difficoltà di inserirmi nel mercato del lavoro come dipendente».
In un periodo di crisi socio-economica come questa, com’è nata l’idea di aprire un’attività autonoma come uno studio di servizi alla persona? Qual è la vostra offerta e il vostro target di riferimento?
«L’idea di aprire un centro servizi alla persona è nata dalla volontà di rendere fruttuosi il mio percorso di studi e le competenze acquisite, e dalla consapevolezza di poter offrire un reale sostegno a chi vive situazioni di disagio e difficoltà. Lo Studio Serena Mortari nasce quindi per garantire un sistema che risponda ai bisogni delle persone, impegnandosi in modo particolare nella valutazione delle disabilità e delle risorse cognitive, neuromotorie e psicologiche.
In sostanza, mettiamo a disposizione le nostre competenze, con l’obiettivo di creare percorsi individualizzati in grado di promuovere l’autonomia e l’inclusione in ambito scolastico e sociale. L’intervento è di tipo interdisciplinare e coinvolge varie professionalità nella prospettiva di un’azione mirata, rispondente alle reali necessità individuali. Si possono proporre training cognitivi e neuromotori, attività di gruppo per sviluppare abilità sociali e comunicative e prese in carico psicoterapeutiche, avvalendosi della consulenza esterna di professionisti abilitati. L’intento è quello di rendere la persona parte attiva del proprio percorso riabilitativo, coinvolgendo – dove necessario – la famiglia, che svolge un ruolo fondamentale nella crescita del bambino.
Il nostro Studio effettua valutazioni secondo l’approccio pedagogico-cognitivo-neuromotorio, che tratta i problemi educativi speciali dei soggetti con handicap e disabilità di vario tipo, presenti fin dal periodo neonatale. Siamo pertanto in grado di intervenire nei processi di sviluppo del bambino, individuandone i bisogni educativi speciali e organizzando i servizi necessari. La finalità è quella di rispondere all’esigenza di adeguare l’operatività dei servizi sanitari e socio-educativi ai bisogni di risposte immediate e globali delle famiglie che vivono la situazione estrema di avere figli con disturbi dello sviluppo. È possibile programmare verifiche periodiche in videoconferenza, per dare un seguito al lavoro iniziato, limitando gli spostamenti.
A tutto ciò si collegano i servizi di segretariato sociale, per garantire un adeguato supporto al disbrigo di pratiche relative a immigrazione e previdenza sociale, in collaborazione con il Patronato SIAS (Servizio Italiano Assistenza Sociale) di Milano. Lo Studio, inoltre, offre anche servizi all’impresa legati alla multimedialità: creazione di siti web, realizzazione di presentazioni in PPT, CD e altro materiale, battitura ed elaborazione di testi, sbobinatura di file audio e video e anche la cura di relazioni e presentazioni aziendali, con traduzioni in varie lingue se necessario.
Ci occupiamo infine di consulenza, formazione e informazione su tutte le tematiche legate alla diversità: disabilità, multiculturalità, lavoro femminile ecc., e di consulenza amministrativa e gestionale d’impresa (in collaborazione con lo Studio Associato Professionale AcT di Antonino Attanasio, avvocato, e Giuseppe Todisco, revisore dei conti, di Cesenatico».
Com’è noto, nel mondo della disabilità la difficoltà a trovare lavoro è più marcata che in altri settori. Ciò accade per vari motivi che vanno dalle difficoltà fisiche, al pregiudizio di un eventuale datore di lavoro. Pertanto è più frequente che il disabile cerchi un posto da lavoratore dipendente. Come giudica tale scelta? È un’oggettiva difficoltà o vi è anche una componente di “pigrizia”?
«Purtroppo il pregiudizio esiste sempre, anche nel lavoro autonomo. E indubbiamente occorre uno sforzo maggiore per far capire alle persone il valore del nostro lavoro. Càpita che alcuni entrino nel mio studio e rimangano sorpresi di vedermi in sedia a rotelle, e a volte l’imbarazzo è palpabile. Ma quando si riesce a dimostrare che i servizi offerti dallo studio sono di livello elevato, le stesse persone tornano più convinte e si rapportano a me in maniera “normale” (mi si passi il termine), come con un qualsiasi altro professionista “normodotato”. E anzi, per la particolare tipologia di utenza, a volte la mia disabilità risulta una risorsa in più, perché le persone in difficoltà si sentono più “capite” avendo vissuto io in prima persona determinate problematiche.
Ritengo che purtroppo l’inserimento lavorativo attraverso il collocamento mirato delle persone con disabilità non funzioni adeguatamente. Ci sono vari studi che lo dimostrano. Più che di “pigrizia”, parlerei di triste rassegnazione che ha inizio dal periodo scolastico a causa delle difficoltà che si incontrano. Ed è vero: è più facile abbattersi e rassegnarsi, piuttosto che risollevare la china e rimboccarsi le maniche. Ma le difficoltà sono reali. Nella maggior parte dei casi, il datore di lavoro – così come viene riportato da varie ricerche – continua a considerare il lavoratore con disabilità come poco produttivo e bisognoso di aiuto, tanto che spesso si preferisce pagare una sanzione per il mancato adempimento della legge piuttosto che adattare il posto di lavoro in base alle necessità del disabile. E questo spiega anche come mai la disabilità grave sia presente nelle aziende in percentuali irrisorie».
Che consiglio si sente di dare a chi, come lei, volesse intraprendere un lavoro autonomo?
«Intraprendere un lavoro autonomo presenta notevoli difficoltà e purtroppo è richiesto un investimento oneroso da un punto di vista economico che non tutti purtroppo possono permettersi, soprattutto se l’avvio di un’attività in proprio necessita di una struttura in cui operare (con ingenti spese legate ad affitto e bollette). Inoltre, è opportuno ricordare che per poter svolgere il mio lavoro, ho bisogno costante di aiuto che mi viene garantito dall’assunzione di un’assistente personale che attualmente posso permettermi grazie a un progetto di Vita Indipendente (Legge 162/98).
Fatte queste premesse, il consiglio che mi sento di dare è di acquisire competenze continuando a studiare e aggiornarsi nel proprio campo di interesse, e di lavorare anche su se stessi, in modo da impadronirsi di quella sicurezza necessaria per riuscire a proporsi efficacemente all’utenza risultando convincenti».

fonte:http://www.superando.it/

domenica 28 ottobre 2012

Puglia: consigliere regionale, 11 bimbi disabili non possono frequentare scuola

"Undici bambini disabili della scuola materna 'Don Milani' di Foggia non hanno iniziato ancora l'anno scolastico. Le motivazioni addotte sono sempre le stesse: i farraginosi iter burocratici sono le cause con cui il dirigente scolastico ha liquidato i genitori dei bambini diversamente abili". Lo rende noto la consigliera regionale pugliese de La Puglia per Vendola Anna Nuzziello. "Gli undici bambini in sostanza - spiega - devono attendere gli esiti dei ricorsi di una gara d'appalto espletata dal Comune di Foggia, per l'individuazione di una cooperativa esterna di educatori di sostegno all'istruzione e all'educazione, per tornare tra i banchi di scuola. Il diritto allo studio e' invece un diritto per i disabili sancito ai sensi delle legge 104 del 1992 articolo 12. A prescindere da tutte le difficolta' derivanti dall'apprendimento", aggiunge.
La consigliera Nuzziello sottolinea che "e' necessario ancora sgomitare e alzare la voce per vedere affermati i diritti. Io non mi stanchero' mai di vigilare e sorvegliare alzando ancora di piu' il livello della mia soglia di attenzione, in questo momento di profonda crisi economica con deriva di poverta'. Pertanto gli 11 bambini della scuola materna Don Milani hanno trascorso fin troppo tempo lontano dal luogo in cui tutti i bambini del mondo hanno diritto stare alla loro eta' - sottolinea - le istituzioni locali non si possono trincerare dietro gli iter burocratici, ma devono adottare ogni soluzione necessaria per consentire agli undici ragazzini di poter iniziare l'anno scolastico, come per tutti gli altri bambini che frequentano la scuola materna gia' da un mese".

fonte:http://www.liberoquotidiano.it/

mercoledì 24 ottobre 2012

Amore, disabilità, indignazione

Il 18 Ottobre è stato il quarto anniversario di matrimonio tra me e mia moglie. Questo potrebbe già di per sé considerarsi un evento, visto i tempi che stiamo attraversando. Ormai da qualche anno l’instabilità economica e sociale del Paese va a braccetto con l’instabilità di coppia. Vogliamo però aggiungere un altro carico di difficoltà che rende questa data ancor più un evento: io sono disabile.
Detto ciò, come diceva qualcuno, la domanda sorge spontanea: e allora? In effetti, di per sé non è niente di straordinario, se si è dell’idea che l’unione nel tempo fra due persone abbia bisogno solo dell’amore come collante. Non tutti però la pensano in questo modo. Il padre di mia moglie quattro anni fa disse a sua figlia che rischiava di andare incontro a una vita da infelice e che comunque, con ogni probabilità, sarebbe stato un rapporto di breve durata. Lo stesso padre che, nel giro di pochi mesi, mi ha accolto in famiglia alla pari di tutti gli altri membri. La famiglia di mia moglie però non è venuta al matrimonio e questa è una ferita che non si rimarginerà facilmente.
Ma è, soprattutto, un evento per tutte quelle problematiche materiali che dobbiamo affrontare, aggravate dalla mia disabilità. Non ho mai fatto particolare affidamento sull’aiuto da parte della società e dello Stato in cui vivo. Del resto, proprio in questi giorni, si legge che l’Italia è fanalino di coda per gli aiuti alle persone disabili. Noi che viviamo questa realtà, lo sappiamo da sempre che è così. Hanno pure provato a far di meglio, nel loro peggio, proponendo tagli per la pensione, l’indennizzo d’invalidità e aiuti alle famiglie con figli disabili. Poi una repentina marcia indietro. Forse speravano che gli italiani fossero anestetizzati dalla crisi e che non reagissero più nemmeno verso infamie del genere. Per fortuna siamo ancora capaci d’indignarci.
Non ho mai fatto affidamento sulle istituzioni ma non ho mai perso il desiderio di credere nelle persone. Forse la comunità in questo periodo storico non è riuscita a produrre niente di buono ma molti singoli cittadini qualcosa sì. Dobbiamo farci contagiare da loro.
Adesso vivo con mia moglie in un appartamento nel centro di Bologna. E’ in affitto. 800 euro il mese. Mia moglie lavora part-time. Non potrebbe far di più, non riuscirei a stare 8 ore senza di lei. Non solo sentimentalmente parlando ma anche fisicamente: non ho l’autonomia fisica per tutto questo tempo. Lei guadagna 700 euro il mese. La mia pensione, più l’accompagnamento, arriva a 750 euro il mese. Fate voi i calcoli di quello che ci rimane, sottraendo pure cibo, luce, gas, telefono etc.
Come campiamo? Alzandoci ogni mattina con il desiderio, la speranza, la certezza che “volere è potere” e che lamentarsi va bene ma solo se porta a essere combattivi e propositivi per superare il motivo dei nostri disagi. Non possediamo la macchina. Ci spostiamo solo con i mezzi pubblici. Lavoro nel web, m’ingegno in ogni modo per arrotondare. Faccio il freelance. Che tradotto, vuol dire che in un mese posso guadagnare e in altri tre no. E’ tutto precario. E quando cammini (o ruoti, come me) su questo filo sottile tra il vivere e il sopravvivere, non puoi permetterti neanche di ammalarti. Scherzi? Troppi soldi da spendere.
Ecco perché per me questo giorno è un evento speciale da festeggiare e che ritengo, forse, utile condividere con tutti voi. Le parole nella vita possono aiutare ma gli esempi molto di più.
Forse potrò fare ancora a meno di sperare nelle istituzioni, nello Stato. Forse il mio carattere e, non di meno, mia moglie, mi aiuteranno ancora a vivere e non solo sopravvivere. Ma non tutti hanno questa forza. Per tutti quelli più deboli, lo Stato deve essere presente.
Se una nazione non sa prendersi cura di loro, non può prendersi cura di nessuno.

Scritto da Max Ulivieri/ fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/

lunedì 22 ottobre 2012

"Picav", ecco la macchina elettrica che fa muovere le persone disabili in città

Ha un sedile confortevole che facilita la salita e la discesa, è capace di superare i gradini e di girare su se stessa: si chiama Picav (Personal intelligent city accessible vehicle) ed è un prototipo ideato dalla facoltà di ingegneria dell'università di Genova, per permettere a persone disabili e con difficoltà motorie di muoversi nei centri urbani
una macchina elettrica sull'erba GENOVA - È una piccola macchina elettrica, con un sedile confortevole che facilita la salita e la discesa, capace di superare i gradini e di girare su se stessa. Si chiama Picav (Personal intelligent city accessible vehicle) ed è un prototipo ideato dalla facoltà di ingegneria dell'università di Genova, per permettere a persone disabili e con difficoltà motorie di muoversi nei centri urbani. Il veicolo è stato presentato nel quartiere della Maddalena, nel cuore del centro storico del capoluogo ligure, una delle zone meno agevoli per chi si muove in carrozzina. "È stato proprio il centro storico di Genova a darci l'ispirazione per realizzare il modello" racconta Rezia Molfino, professore universitario e coordinatore del progetto.
Picav è nato nel corso del 2012, grazie a finanziamenti europei, ma l'idea era già stata presentata nel novembre del 2011 all' "Innovation Convention" di Bruxelles e questa primavera alla "Transport research arena" di Atene. Il suo debutto su strada invece è avvenuto a settembre a Barreiro, nei dintorni di Lisbona. Nella versione attuale è comandato da un joystick, che in futuro verrà sostituito da un tablet, e sarà dotato di un sistema intelligente di riconoscimento dell'ambiente esterno. In questo modo potrà procedere automaticamente lungo le tratte stradali caricate e fermarsi al comparire di un ostacolo. Presto uscirà sul mercato e costerà circa 6mila euro.
La presentazione di Picav avviene in occasione di "Tutti insieme nelle piazze del sestiere", una giornata di festa, organizzata da Terre di Mare, associazione che si occupa di turismo accessibile, dal comitato di quartiere della Maddalena e dal Cip (Comitato italiano paralimpico) di Genova. Nelle principali piazze del quartiere (Lavagna, Maddalena e Del Ferro), atleti professionisti si sono cimentati nel basket in carrozzina e in danza, arti marziali e showdown per non vedenti. Inoltre si è tenuto un laboratorio fotografico "Ritratti in movimento", aperto a tutti. Per facilitare i disabili, gli organizzatori hanno messo a disposizione degli scooter elettrici a quattro ruote. Le foto scattate nel corso del pomeriggio verranno poi esaminate il 15 novembre, durante un incontro a palazzo Ducale e, in una data ancora da stabilire, saranno esposte in pubblico. "Vogliamo far capire all'amministrazione che le barriere architettoniche sono un problema della città - spiega Alessandra Santanna, coordinatrice dello sportello Terre di Mare -. Per questo dobbiamo sensibilizzare negozianti e Comune". L'amministrazione ha aperto da diversi anni uno sportello per l'abbattimento delle barriere architettoniche. È possibile segnalare ostacoli e disservizi in città, chiamando lo 010 5573205, oppure compilando il modulo sul sito del Comune di Genova. Dall'ufficio fanno sapere che sono arrivate "una montagna di richieste".

fonte:http://www.superabile.it/