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Ilaria

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mercoledì 12 dicembre 2012

Video disabile su Google, pm: "Condannate i tre dirigenti"

Google poteva e doveva impedire che quel video, che riprendeva un ragazzino disabile costretto a subire angherie da parte dei compagni di scuola, finisse in Rete, ma non l'ha fatto perché quelle immagini erano una "fonte di guadagno". Così, ad oltre 5 mila utenti, che hanno cliccato sul link, sono state offerte vere e proprie "lezioni di crudeltà".
E' quanto ha sostenuto in aula il sostituto procuratore generale di Milano, Laura Bertolè Viale, chiedendo davanti ai giudici di secondo grado la conferma delle condanne a 6 mesi (pena sospesa) per violazione della privacy per tre manager del famoso motore di ricerca.

La sentenza di primo grado - La sentenza di primo grado era arrivata quasi tre anni fa, nel febbraio 2010, suscitando molto clamore a livello internazionale perché si trattava del primo processo, a livello mondiale, ai responsabili di un provider di internet per la pubblicazione di contenuti sul web.
Un verdetto di condanna duramente criticato all'epoca dall'ambasciatore americano a Roma, David Thorne, e anche dalla stampa 'a stelle e strisce' che aveva parlato di un 'regalo' a regimi come quello iraniano e cinese, contrari all'internet libero.
Per il sostituto pg Bertolè Viale, però, devono essere confermate le condanne per David Carl Drummond, ex presidente del Cda di Google Italy e poi senior vice presidente, per George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy e ora in pensione, e per Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l'Europa di Google Inc.
Il filmato, che riprendeva un minorenne disabile insultato e vessato dai compagni in un istituto tecnico di Torino, venne caricato su Google Video l'8 settembre 2006, dove rimase, cliccatissimo, per circa due mesi.

L'accusa: "Dovevate fare un controllo sui dati caricati in Rete" - Il giudice di primo grado, Oscar Magi, ha condannato i manager perché, in sostanza, non sarebbero stati rispettati degli obblighi di informazione: l'informativa sulla privacy, che apparve quando i ragazzi caricarono il video, secondo il magistrato, era "talmente nascosta nelle condizioni generali di contratto da risultare assolutamente inefficace".
Il sostituto pg, invece, fa un passo oltre: per l'accusa gli imputati dovevano effettuare anche "un controllo sui dati caricati in rete, un controllo preventivo che avevano la possibilità di fare e che non è stato fatto per ragioni di costo, un controllo che infatti avrebbe rallentato l'azione di Google sul mercato dei video che era in forte espansione".

La difesa: "Non avevamo alcun obbligo di controllo" - Per la difesa, invece, rappresentata anche dall'avvocato e parlamentare Giulia Bongiorno, Google non aveva, in base all'ordinamento, alcun obbligo né di controllo preventivo sui contenuti caricati in Rete, né informativo in relazione al trattamento dei dati personali. Da qui la richiesta di assoluzione. Se c'era qualcuno che aveva "l'obbligo giuridico" di vigilare - ha chiarito l'avvocato Giuseppe Vaciago - non era certo Google, ma era la professoressa di quell'istituto tecnico, dove il ragazzino subì insulti e angherie.
"Come è emerso chiaramente dalle indagini della polizia giudiziaria - ha aggiunto Bongiorno - non vi era alcun messaggio pubblicitario connesso a Google Video e pertanto Google non ha tratto alcun profitto da questo o altri video".
E poi, ha spiegato ancora l'avvocato Vaciago, il video venne rimosso "in 2 ore e 27 minuti" dopo la segnalazione della polizia postale. Giorgia Abeltino, policy manager di Google in Italia, ha voluto ribadire la vicinanza "al ragazzo, vittima di un atto di bullismo in quel video riprovevole", precisando che "i bulli, responsabili per la violazione della sua privacy, sono gia' stati puniti".
Per un quarto imputato, che era già stato assolto dall'accusa di diffamazione (caduta per tutti gli imputati), il sostituto pg ha chiesto il "non doversi procedere", perché sia l'associazione 'Vividown' che i familiari del ragazzino in passato hanno ritirato la querela.

fonte: http://tg24.sky.it/

martedì 11 dicembre 2012

La fattoria “Fuori di zucca” lancia la sfida e dà lavoro a disabili mentali ed ex drogati

​Autoironici ed espliciti: «Bisogna essere proprio fuori di zucca per realizzare una fattoria in un manicomio – si legge nel "Benvenuto" che apre la home page del loro sito internet –, ma bisogna essere ancora più fuori di zucca per non accorgersi del grande bisogno di riconciliarsi con la "Terra Madre", allora, quale posto migliore se non un ex-ospedale psichiatrico per esorcizzare la pazzia che divora l’ecosistema e la biodiversità omologando tutto in un immenso niente grigio». Tant’è che hanno chiamato proprio "Fuori di zucca" la fattoria – gestita dalla cooperativa sociale "Un fiore per la vita" – che ha sede nell’ex-l’ospedale psichiatrico civile "Santa Maria Maddalena" in uno dei padiglioni piccoli. Cooperativa che a proprie spese l’ha fatto ristrutturare («Facemmo un mutuo», spiega Giuliano Ciano, il presidente) e per il quale paga regolamente l’affitto mensile alla Asl dal 2005.

Così lavorano anche disabili mentali, ex-tossicodipendenti e persone con differenti disagi: «Vogliamo che qui ci si prenda cura della persona e della sua condizione sociale, offrendo la possibilità di vivere il lavoro come momento di emancipazione della propria individualità e di affermazione delle proprie potenzialità». E fa un gran bell’effetto sentirlo dire di fronte a uno dei padiglioni più spettrali (la "Sezione Livi"), nei quali, fino a pochi decenni fa, veniva rinchiuso chi aveva (o dicevano avesse) un problema mentale. Non a caso – continua Ciano – «l’educazione, l’integrazione lavorativa e il recupero sociale di persone momentaneamente in difficoltà sono parte integrante della realizzazione dei nostri servizi e prodotti».

E sono molti. L’agricoltura biologica con «la produzione e vendita di verdure e trasformati», la ristorazione con «la cucina contadina e i piatti tipici», le visite didattiche con «i laboratori innovativi sulla natura e l’ambiente rivolti a scuole e gruppi» e gli eventi con «le feste, meeting, compleanni e cerimonie».

All’aperto, sotto la pioggia, due ragazzi stanno allestendo una nuova serra dopo avere dato da mangiare agli animali. Ma proprio oggi c’è una visita. I tavoli sono apparecchiati per una trentina di persone e nella grande cucina Sonia è una trottola che non si ferma un istante. Ha trentaquattro anni, è stata tossicodipendente (ha chiuso da anni con la roba), adesso è "supervisore" responsabile della cucina stessa: «Ce la sto mettendo tutta per affermarmi come lavoratrice, donna e mamma (ha un figlioletto di due anni e mezzo, ndr). Sono cambiate le mie priorità, ora lavoro e e quando torno a casa tutto il mio tempo, che prima usavo per procurarmi la droga, è per mio figlio. La sera finalmente possiamo ridere insieme a raccontarci le nostre giornate».

Sono una sfida questa cooperativa e questa fattoria. Perché dentro il primo manicomio in Italia. Perché dentro una terra che di pazzie ne ha molte, dalla camorra al malaffare, all’egoismo. E l’abbandono dell’ex-ospedale psichiatrico almeno un effetto positivo lo ha avuto: «Ha preservato questo parco da attacchi di contaminazioni inquinanti – spiega Ciano –, delle quali purtroppo è vittima il territorio circostante». E Sonia, intanto, continua a cucinare per trenta.

fonte:http://www.avvenire.it/

Italia, Matricole disabili in aumento



In dieci anni, oltre 9 mila disabili in più si sono iscritti nelle università italiane. Passati da 4.816 nel 2000/2001 a 14.171 nel 2010/2011. Un risultato raggiunto, secondo quanto riportato dal Ministero dell’istruzione, grazie alla legge 17/1999, con la quale gli atenei sono stati portati ad adottare un approccio di tipo sistematico in materia di integrazione e supporto agli studenti con handicap garantendo: sussidi tecnici e didattici specifici, tutorato specializzato, un docente delegato dal rettore per funzioni di coordinamento, monitoraggio e supporto, trattamento individualizzato per il superamento degli esami universitari.

fonte:http://www.west-info.eu/it/

lunedì 10 dicembre 2012

Access City Award 2013: Berlino è la città più aperta

ROMA – Il 3 dicembre Berlino è stata proclamata vincitrice dell’Access City Award 2013. La cerimonia di premiazione si è tenuta a Bruxelles durante la Giornata mondiale delle persone con disabilità alla presenza del vicepresidente della Commissione europea Viviane Reding e del vicepresidente dell’European Disability Forum Erzsebet Földesi. L’Access City Award è il riconoscimento che va alle città di oltre 50mila abitanti che mettono in pratica iniziative esemplari per l’accessibilità negli spazi urbani. Novantanove le città in competizione per il premio, in rappresentanza di 20 stati membri dell’Unione. L’Access City Award è conferito alle città che hanno sperimentato tangibilmente l’accessibilità in aspetti fondamentali della vita; che si sono poste come riferimento l’accessibilità nell’ambiente costruito e negli spazi pubblici; ai trasporti e alle relative infrastrutture; alla informazione e comunicazione, inclusa la cosiddetta Ict, Information and Communication Technologies; servizi pubblici. Il premio intende incoraggiare l’adozione di buone pratiche in tutte le città d’Europa.
A seguito di una preselezione a livello nazionale, la giuria europea composta da esperti in accessibilità e rappresentativi della Commissione europea e del Forum europeo delle persone con disabilità ha selezionato la città vincitrice, appunto Berlino; ha decretato quindi un ex aequo per il secondo posto, a Nantes e a Stoccolma, e ha attribuito 4 menzioni speciali a specifiche aree e specifici interventi di altrettante città: Pamplona, in Spagna, per le costruzioni e il rapporto con gli spazi pubblici; Gdynia, in Polonia, per i trasporti e le infrastrutture; Bilbao, ancora in Spagna, l’informazione e la comunicazione, incluse le nuove tecnologie; Tallaght, in Irlanda, per le agevolazioni pubbliche e i servizi. La popolazione europea, che comprende 80 milioni di persone con un livello di disabilità da lieve a severa, è concentrata in città e aree urbane. Inoltre, gli europei sono in costante invecchiamento, ciò che è causa di una progressiva riduzione della mobilità. In questo contesto, l’accessibilità è un importante beneficio sociale ed economico. (ep)

fonte:http://www.disablog.it/

Colosseo, la video-guida per disabili

L'Anfiteatro Flavio ha il primato del monumento archeologico più "accessibile". Dopo gli ascensori, l'allestimento di percorsi ad hoc per un pubblico con difficoltà motorie, il simbolo di Roma si racconta anche alle persone sorde. Da oggi è disponibile, per essere noleggiata, la speciale videoguida che consentirà al pubblico di non udenti di visitare autonomamente l'intero monumento.

ROMA - Il Colosseo sembra vincere la scommessa di monumento archeologico più "accessibile". Dopo l'inaugurazione nel 2000 degli ascensori, l'allestimento di percorsi ad hoc per un pubblico con difficoltà motorie, e la messa in opera di un altro ascensore che porterà ai sotterranei, ora l'Anfiteatro Flavio si racconta anche ai sordi. Da oggi è disponibile, pronta per essere noleggiata, la speciale videoguida che consentirà al pubblico di non udenti di visitare autonomamente l'intero monumento con un apparecchio-guida digitale personale.

Tutto su uno smarthphone. "E' la prima videoguida di questo tipo in un sito museale a Roma e in Italia perché consente una visita interattiva diretta, e non virtuale, del Colosseo, ricalcando perfettamente il percorso delle audioguide che sono ormai attive in undici lingue, compreso il latino", avverte la direttrice del monumento Rossella Rea. Il progetto, voluto dalla Soprintendenza ai beni archeologici di Roma, è stato realizzato dalla società concessionaria al Colosseo dei servizi aggiuntivi di didattica e accoglienza, CoopCulture, in stretta collaborazione con l'associazione onlus Kiasso specializzata in iniziative attive nel turismo accessibile, e presentato in concomitanza con la Giornata internazionale per la Disabilità. L'apparecchio consiste in uno smartphone touchscreen riadattato con un software (Samsung Galaxy S) che offre un doppio sistema di informazioni (tutte nozioni storiche e approfondimenti artistici supervisionati dalla stessa Rea).

L'immagine dell'interprete e il liguaggio dei segni. Sullo schermo, infatti, viene offerta simultaneamente l'immagine dell'interprete che traduce le notizie nel linguaggio dei segni, sia il testo narrativo che scorre a fianco. Una modalità, quest'ultima, che può essere utilizzata anche dall'accompagnatore. La videoguida può essere scelta tra il linguaggio Lis (Lingua italiana dei segni) e, novità assoluta, quello dell'Asl (American Sign Language). Quindi la videoguida è in italiano e inglese. C'è voluto un anno di lavoro per mettere insieme la "regia" di un prodotto così innovativo: "L'operazione è stata condivisa integralmente con l'associazione Kiasso e testata dal loro personale in modo da renderla efficace. L'operazione principale è stata quella di calibrare tutto il testo dei contenuti sul sistema del linguaggio dei segni - avverte Rossella Rea - e il valore aggiunto è che questa video guida è fatta da persone sorde che hanno lavorato sul testo e lo hanno tradotto. E' quindi frutto di persone di madrelingua".

Il turismo accessibile. Non a caso la peculiarità dell'associazione Kiasso è quella di aver investito tutto sulla professionalità nel settore del turismo accessibile, formando anche guide turistiche specializzate in linguaggio dei segni. Dopo alcune sperimentazioni a Roma di sistemi divulgativi per non udenti, legati più a guide virtuali e applicazioni scaricabili su cellulari, ora è la prima volta che un monumento viene dotato di uno specifico servizio didattico in modo permanente. La video guida ha lo stesso costo delle audio guide (€5,50), a fronte dell'ingresso gratuito per tutti i portatori di handicap e i loro accompagnatori, com'è disciplinato da decreto del Ministero per i beni culturali.

 fonte:http://www.repubblica.it/

Renate G: l'eroina che muore tentando di salvare 13 disabili

Renate GLa fabbrica della Caritas Titisee-Neustadt, in Germania, ha dato lavoro a diversi disabili per oltre 20 anni. Poi un incendio devastante ha stroncato le vite di 14 persone. La tragedia, però, ha raccontato anche la storia di una nuova eroina tedesca: Renate G, che in quella struttura  lavorava da 17 anni, dedicandosi anima e corpo ai diversamente abili, appena ha percepito il pericolo è riuscita a mettersi in salvo e ad abbandonare la struttura incolume.
Poi, sentendo le grida di coloro che erano rimasti intrappolati, ha deciso di ritornare dentro l'edificio per tentare di salvarli uno ad uno. Quei 13 disabili, purtroppo tutti morti, erano da sempre il centro del suo mondo. Non avrebbe mai potuto abbandonarli e non lo ha fatto, anche a costo della sua stessa vita. Renate, infatti, non è riuscita a mettere in salvo nessuno dei suoi amici. E’ morta insieme a loro, tra le fiamme, scuotendo l’opinione pubblica tedesca e lasciando ai posteri un grande esempio di coraggio ed altruismo.
I testimoni sopravvissuti che si trovavano all’interno della fabbrica quando la donna di 50 anni è rientrata nel disperato quanto inutile tentativo di evitare la strage, riferiscono che Renate è svanita nel fumo e nelle fiamme mentre tentava di trascinare fuori i propri assistiti. I vigili del fuoco, purtroppo, sono arrivati troppo tardi. Per lei e per le altre 13 persone bloccate dall’incendio, non c’è stato nulla da fare ma. Il suo gesto estremo e disperato, però, ha fatto presto il giro del mondo ed è stato ripreso anche dal Bild

domenica 9 dicembre 2012

La soluzione finale alla questione dei disabili secondo il governo inglese: cazzi loro!

L’atteggiamento del governo inglese nei confronti dei suoi cittadini disabili e poveri dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. Che diavolo sta succedendo? Chi sono queste persone che esercitano il potere? È giusto continuare a fidarsi di loro?
I conservatori inglesi, dopo aver ostacolato l’adozione della Tobin Tax (la tassa sulle transazioni finanziarie che poteva sanare i debiti pubblici di molte nazioni, Regno Unito incluso), smantellato lo stato sociale, e deciso che i dipendenti pubblici delle aree più povere saranno pagati di meno (nonostante gli economisti avvertano che ciò causerà un aggravamento della recessione e del già ragguardevole divario nord-povero/sud-ricco):
ora riducono le tasse ai ricchi:
Curioso, visto che loro stessi hanno affermato che non ci sono soldi in cassa per i sussidi destinati all’inserimento sociale dei portatori di handicap.
“Come testimonia minuziosamente un articolo del Guardian online, l’altroieri le strade di Londra non erano affollate di gente in festa come per il matrimonio di William e Kate, ma di migliaia di disabili che manifestavano agguerriti. Il motivo della protesta sono stati i tagli effettuati dal Primo Ministro David Cameron ai servizi dedicati ai disabili”:
“Nuovi guai per David Cameron, che stavolta hanno il volto di una ragazzina dai capelli rossi gravemente disabile. La madre della piccola Holly Vincent, che aveva incontrato in campagna elettorale il futuro premier conservatore in campagna elettorale, gli ha oggi dato del traditore: “Mi aveva promesso personalmente che la mia Holly sarebbe stata al sicuro se fosse stato eletto, ma ha chiaramente tradito la promessa”, ha detto Riven Vincent, che in aprile aveva ricevuto il futuro primo ministro a caccia di voti nella sua casa di Bristol”:
Quel che i mezzi d’informazione italiani non hanno saputo convogliare al pubblico italiano è la ferocia dei tagli dei conservatori inglesi.
La drammaticità della condizione dei cittadini britannici affetti da disabilità merita una particolare attenzione perché rivela il carattere socialdarwinistico dell’attuale governo: 23 su 29 dei suoi membri sono milionari (in sterline); il premier è David Cameron, un aristocratico discendente diretto di re Guglielmo IV e figlio di un operatore di borsa. Non sorprende il loro atteggiamento da prescelti.
Per trent’anni il Regno Unito si era impegnato a fare in modo che i disabili fossero messi nelle condizioni di diventare sempre più autonomi ed attivi, protagonisti della vita della loro comunità. Ora, come denunciano associazioni, docenti, parlamentari, giornalisti e privati cittadini, l’austerità è diventata un pretesto per annullare quel percorso trentennale, tra l’altro in violazione della “Convenzione delle Nazioni Uniti sui diritti delle persone con disabilità”, che era stata ratificata dal Regno Unito nel 2009:
Gli inglesi sono in balia di un governo che disprezza la debolezza e riduce o abolisce progressivamente ogni tipo di sussidio a disoccupati, famiglie povere, anziani e, naturalmente, disabili, superando perfino gli eccessi dei tempi di Reagan e Thatcher. L’assurdità di queste politiche è che i disabili non saranno più in grado di mantenere il loro posto di lavoro e quindi finiranno interamente a carico delle famiglie o degli istituti, con costi maggiorati per l’erario. Inoltre, il personale che in precedenza si prendeva cura di loro in quelle operazioni in cui non possono essere indipendenti, diventerà licenziabile, andando ad ingrossare ancora di più le file dei disoccupati.
Dunque neppure il criterio esclusivamente utilitaristico, per quanto discutibile, può giustificarle. I conservatori non sembrano curarsene, così come gli eurocrati non sembrano curarsi del fatto che l’austerità causa decrescita ed allontana il traguardo della riduzione del debito. Parlano ed agiscono come dei fanatici: è verosimile che lo siano. Che, per di più, sia proprio Cameron, che poco tempo fa piangeva la morte del figlio disabile, ad infierire sui disabili e le loro famiglie è un’indecenza che lascia sconcertati. Il profluvio di denari sprecati in Afghanistan, contro la volontà della stragran parte dei cittadini britannici (ed afghani), sarebbe sufficiente a mantenere intatto lo stato sociale, e la Tobin tax servirebbe a restituire alla società – con ragguardevoli interessi – quello che l’avidità dei banchieri le ha tolto attraverso la socializzazione delle perdite (cf. salvataggi pubblici di chi celebra il libero mercato e condanna lo Stato: si può essere più patetici e perdenti?) e la privatizzazione dei profitti (cf. sgravi fiscali, paradisi fiscali: si può essere più parassitari e ipocriti?).
Invece il messaggio che implicitamente si dà è che i disabili sono un fardello per la collettività e sarebbe opportuno che si togliessero di mezzo il più velocemente possibile. Com’è stato detto, un paese che “non può permettersi” di assistere i suoi disabili è certamente fallito, moralmente fallito. Il Regno Unito è diventata una presenza imbarazzante per l’Europa e si è avviato lungo una pessima china. Quel che il suo governo non pare aver capito è che le persone disperate che non hanno nulla da perdere compiono gesti disperati. Le manifestazioni di migliaia di disabili nelle strade inglesi in difesa dei propri diritti sono solo il primo passo. La gente non è felice di tirare la cinghia mentre i veri responsabili della crisi sono a piede libero e più ricchi di prima. La gente non è felice di vedere che la propria nazione ha perso l’anima.
Ciò che sta accadendo in Gran Bretagna potrebbe succedere anche in Italia?
Forse sì:
Perciò è meglio dedicare del tempo ad alcune riflessioni in materia di disabilità.
Oggi in molte società, specialmente in quelle dove la popolazione sta invecchiando più rapidamente, i disabili costituiscono la minoranza più consistente. A seconda dei criteri utilizzati per definire cosa sia una disabilità e chi sia disabile, oggi ci sono fino a 50 milioni di statunitensi e 40 milioni di Europei occidentali che convivono con una qualche forma di disabilità. Nella metà dei casi si tratta di una menomazione grave. La disabilità è quindi un fenomeno piuttosto ordinario ed il confine tra abilità e disabilità è permeabile. È ragionevole presumere che, ad un certo punto della vita, ciascuno di noi si troverà ad affrontare personalmente una disabilità o dovrà prendersi cura di un disabile ed è quindi nell’interesse di tutti far sì che la società moderna si sforzi di venire incontro ai bisogni dei disabili invece di considerarli “beni deteriorati”, come sembra fare il governo conservatore. Questo diventa specialmente importante oggi che le biotecnologie sono in procinto di rendere ancora più poroso il confine tra abile e disabile e che la categoria “disabilità” si estenderà molto probabilmente a persone affette da alcolismo, obesità, predisposizione a malattie congenite, ecc.
Nella vita di ogni giorno resta la tendenza a valutare gli esseri umani non per quel che sono ma per quel che fanno.
La dipendenza delle persone disabili dal supporto di altre persone ed istituzioni è stato un costante promemoria delle imperfezioni e fragilità umane e dell’impotenza delle scienze mediche. Inoltre, nei periodio di austerità più o meno indotta, i disabili sono quasi sempre stati visti come un costo insostenibile. Negli anni Venti, quando l’economia tedesca era in pessime condizioni, ma comunque prima dell’ascesa di Hitler, un sondaggio di una clinica rivelò che la maggioranza dei genitori di bambini sofferenti di un ritardo mentale avrebbero acconsentito alla loro “eutanasia” se le autorità mediche li avessero consigliati in tal senso (Burleigh, 2002).
Purtroppo, un’eccessiva insistenza sul valore dell’autosufficienza (tipico degli egotisti e degli psicopatici) a discapito di quello dell’interdipendenza, assieme a considerazioni di ordine utilitaristico su come le persone possono meglio contribuire all’economia, tende a sminuire il valore di chi non può cavarsela da solo. Se le anormalità non possono essere curate, la diagnosi prenatale e l’aborto selettivo possono anche essere viste da alcuni come una soluzione rapida ed efficace ad un problema intrattabile come quello delle discriminazioni contro i disabili: “se non ci fossero i disabili non ci sarebbero discriminazioni”. Il messaggio che passa è che i disabili sono degli errori ai quali il progresso tecnologico prima o poi saprà rimediare: ma vanno comunque tollerati (!!!).
I due obiettivi paralleli di eliminare le disabilità e indirizzare la società verso un atteggiamento più indulgente e rispettoso nei confronti dei portatori di handicap sono inconciliabili.
Dobbiamo anche capire che i test genetici prenatali e, in futuro, la terapia fetale, cioè il trattamento medico dei bambini in grembo non garantiranno la nascita di un bambino “normale”. Anche lo screening sistematico dei feti non può evitare che alcuni bambini “difettosi” vengano al mondo. Ciò solleva il problema di come verranno trattati questi bambini inattesi in una società che tende a valorizzare competenza ed intelligenza sopra ogni altra cosa, cioè una società in cui sarebbe stato meglio che non fossero mai nati. Stiamo già assistendo alla collisione tra il diritto costituzionale all’uguaglianza e una realtà di disuguaglianza fisica, e questa è una situazione in cui i diritti delle donne si scontrano con quelli dei disabili e dei feti, mentre i diritti, valori ed interessi individuali configgono con quelli sociali.
È opportuno meditare sulla serie di effetti a breve o lungo termine dell’applicazione di nuove tecnologie nel campo della medicina genetica, anche se non possono essere previsti con certezza. A seguito dell’adozione della diagnostica genetica (quando esistono indicazioni che qualcuno potrebbe essere affetto da una qualche malattia genetica) e dei test genetici nello screening dei portatori sani (che non offrono indicazioni di sorta), potrebbe emergere una nuova classe di cittadini che includerebbe tutte le persone che sono state diagnosticate come malati asintomatici, cioè a maggior rischio di contrarre certe infermità. Promulgare una legislazione specifica a protezione di questi cittadini contro ogni tipo di discriminazione potrebbe paradossalmente farli sembrare più diversi dalla “norma” di quel che realmente sono. Così è stato detto che discriminazioni nel settore assicurativo, dell’impiego, e della sanità potrebbero essere la logica ed inevitabile conseguenza di un vicolo cieco in cui si verrà trattati in modo diverso sia che uno consenta a farsi testare geneticamente e a permettere che lo stesso venga fatto ai propri figli e l’esito sia positivo, sia che uno si rifiuti di farlo, perché in quel caso si sospetterà la presenza di una malattia ereditaria che si vuole nascondere. In ultima analisi il rischio è quello di assistere ad una deriva epistemologica che condurrebbe ad una società in cui una vita umana non conforme a standard qualitativi sempre più elevati sarà vista come una seria negligenza:

sabato 8 dicembre 2012

Kenya: la lotta di una nonna contro lo stigma che colpisce i bambini autistici


immagine newsIn esclusiva da News from Africa
NAIROBI. Centinaia di bambini affetti da autismo sono 
stati esclusi dalla scuola a causa dello stigma 
e della discriminazione che continuano a colpirli. 
Ma una donna è decisa a porre fine alla sofferenza 
di questi bambini, che sono stati respinti dalla società.
 Felicity Ngungu, fondatrice e presidente della Società
 per l’Autismo del Kenya, lei stessa nonna di un
 ragazzo autistico di 29 anni, cerca di fermare le lacrime mentre narra le 
difficoltà attraversate da alcuni di questi bambini. “A causa dello stigma
 e della discriminazione legati all’autismo, i genitori preferiscono nascondere
 i loro figli dagli occhi della società in quanto sono considerati anormali,
 pazzi e talvolta maledetti. Nessuna scuola li vuole ammettere”, afferma
 la nonna di 71 anni.
L’autismo, un disordine dello sviluppo neuronale, caratterizzato da ridotta 
comunicazione ed interazione sociale, e da un comportamento riservato
 e ripetitivo, non viene compreso a causa della mancanza di informazione 
nel paese. Ci sono 7 mila bambini autistici a Nairobi soltanto. Anche il 
governo, la cui responsabilità è quella di proteggere i diritti di
 tutti i bambini senza alcuna discriminazione come previsto dalla 
Costituzione, si trova di fronte ad un dilemma, non sapendo cosa 
fare con i bambini autistici. Senza politiche chiare in materia, la 
maggior parte dei bambini autistici cosi come i loro genitori continuano
 a soffrire in silenzio. Solo una piccola minoranza porta questi bambini 
in scuole speciali. E’ su questo scenario che la signora Ngungu ha fondato la
Società nel dicembre del 2003 per aiutare i bambini autistici. Ma la 
principale forza trainante dietro questa mossa è stata la continua sofferenza
 di suo nipote, Andrew, a cui è stato diagnosticato l’autismo nel 2001, 
all’età di 17 anni. Prima della diagnosi, il padre di Andrew l’aveva 
 abbandonato insieme alla madre depressa quando la comunità aveva
 mostrato aperta discriminazione nei confronti del ragazzo, chiedendo
 che fosse portato in un istituto mentale.
Contro ogni aspettativa, il punto di svolta per Andrew arrivò quando 
Alistair Forbes, un professore in visita dall’Inghilterra, condusse
 un consulto medico gratuito all’Ospedale per i Bambini Gertrude’s
 Garden di Nairobi. “E’ il professor Forbes che ha diagnosticato
 l’autismo ad Andrew. Prima di ciò, non avevamo mai saputo di 
che cosa soffrisse. Altra gente diceva che era nato pazzo mentre 
altri lo consideravano semplicemente disabile. Eravamo devastati.
 Ma dopo aver ricevuto la notizia della diagnosi, abbiamo deciso di
 cercare informazioni su come gestire la condizione di Andrew”, ha
 detto Ngungu.
Determinata a vedere suo nipote vivere una vita normale, la signora
 Ngungu mandò suo figlio Timothy a cercare maggiori informazioni
 sull’autismo in Internet. Per fortuna, Timothy si imbattè nel 
numero di telefono di un gruppo di supporto costituito da genitori 
con figli autistici della Pennsylvania. Andrew fu successivamente 
mandato negli Stati Uniti dove viene aiutato a condurre una vita 
normale.Ma affinché la signora Ngungu potesse continuare la 
sua crociata in Kenya, il gruppo statunitense le suggerì di 
acquistare un libro intitolato “Terapie Biologiche per l’Autismo 
ed i Disordini Pervasivi dello Sviluppo (Pdd)”, che le ha
 fornito molte informazioni sulla gestione dell’autismo.
Armata del libro, la signora Ngungu mobilitò circa 50 genitori 
con figli autistici per fare una visita al Ministero della Salute. 
Mentre l’allora Direttore dei servizi medici Richard Muga li 
accolse ed promise che il governo avrebbe condotto un’indagine
 per stabilire l’esatto numero di bambini autistici nel paese, 
questo non è accaduto in quanto il dottor Muga fu immediatamente 
trasferito dal ministero. Non ha facilitato le cose il fatto che solo il 
dottor Muga ed il suo predecessore Julius Meme (deceduto) erano 
gli unici medici nel paese con una comprensione dell’autismo. Con
 la dipartita del dottor Muga dal ministero, un senso di disperazione
 travolse la signora Ngungu ed il suo gruppo. Anche con l’introduzione
 dell’educazione primaria gratuita da parte del governo Narc, i bambini 
autistici hanno continuato a restare a casa in quanto nessuna suola pubblica
 ha voluto ammetterli.
Ma la Società per l’Autismo del Kenya era decisa a non mollare. Con
 fondi dell’Undp e dell’Iniziativa Società Aperta dell’Africa Orientae, la 
Società è stata in grado di fornire competenze ai genitori con figli autistici, 
in particolare riguardo a buone pratiche alimentari che sono essenziali per
 la crescita e lo sviluppo di questo bambini. Ad oggi, 3980 genitori hanno 
cercato assistenza presso la Società per l’Autismo, che ha anche continuato
 a lavorare con la Divisione Materna per la Salute del Bambino e la
 Pianificazione Familiare (Mch/Fp) allo scopo di sviluppare linee guida 
sulla gestione dell’autismo.
Gli sforzi tuttavia non hanno generato molti frutti a causa della mancanza
 di strutture chiare all’interno del governo. L’ideale sarebbe che tutte le
 scuole avessero un terapeuta professionista ed altri assistenti che permettano
 ai bambini autistici di imparare in tali istituzioni. Ciò nonostante, una mancanza 
di collegamento fra il ministero dell’Educazione e quello della Salute Pubblica 
e della Sanità ha fatto si che le Linee Guida per la Salute nella Scuola 
Nazionale non venissero implementate. Tutto considerato, c’è luce alla
 fine del tunnel. Grazie alla sponsorizzazione di Orange Kenya ed altri nel
 settore aziendale, la Società per l’Autismo ha istituito un’ala speciale per
 120 bambini autistici nella Scuola Primaria della Città di Nairobi. 
Nove terapeuti professionisti si occupano dei bambini.

Mobilità disabili, Renault si rinnova


Mezzi Renault rivolti alle persone con mobilità ridotta. In contemporanea a Bologna, si svolge a Marsiglia l’Autonomic Méditerranée Show, dove si tratta il tema della mobilità per disabili e per persone con mobilità ridotta.
PROPOSTE FRANCESI. Non potevano quindi mancare nuove proposte francesi, fra cui spiccano due nuove versioni di Renault. La prima, più piccola ed economica, è rappresentata dal Dokker, prodotto da Dacia. La seconda è la classica Renault Grand Kangoo.
Entrambe proposte nelle versioni denominate Tmpr (Transport de Personnes à Mobilité Réduite), la Grand Kangoo è basata sul recente aggiornamento in gamma visto a Parigi lo scorso settembre, ed è conosciuta per la sua Ergo Ramp a piano inclinato.
TRASPORTA SEI PERSONE. Per chi lo desidera rimane comunque possibile utilizzare la funzione lift da piano orizzontale. Il mezzo Renault trasporta sei persone nei sedili più una sulla sedia a rotelle.
La più grande differenza con il Dokker è proprio nel numero dei passeggeri, che scende a cinque nell’auto di costruzione sovietica.
Entrambe le rampe d’alluminio sono in grado di reggere un peso fino a 300 kg, sufficienti per la persona trasportata e fino a due assistenti o accompagnatori.

fonte:http://www.lettera43.it/

I mini-siblings (fratelli e sorelle di disabili) sono una realtà

Due giorni fa mia figlia di 8 anni esce da scuola in lacrime. L’ennesima “amichetta” litigando, alla fine per colpire bene, ha insultato lei usando la sorella Diletta. Sono anni che di tanto in tanto arriva la mazzata tra capo e collo.
Raccolgo lo sfogo di mia figlia, coccolata da altre amichette e dalla sorellina di quasi sei anni che arriva precipitosamente in aiuto. La sorellina più piccola, l’ultima delle tre, le promette aiuto. “Ci penso io” le dice con aria sconsolata.
L’impeto di madre è di urlare e di perdere il controllo. Respiro e capisco che devo insegnare loro a canalizzare tutto questo in un qualcosa di utile. Mi sento dire che purtroppo altri figli non li avrei dovuti fare sapendo che la gente è così. Sento però moltissima gente che invece inorridisce dinanzi a questo.
Torniamo a casa e lascio sfogare mia figlia. Muta mi limito ad ascoltare fin quando ad un certo punto mi dice : “allora io cambio scuola e non dico a nessuno che esiste Diletta, così mi lasciano in pace e ci gioco solo io!”.
Capisco che gli argini sono rotti, asciugo le lacrime e inizio un dialogo. Cerco di spiegare a mia figlia che quei bambini non si rendono conto di quanto possano ferirla e non si rendano neanche conto delle parole che usano. Spiego che non hanno nessuna colpa. Che così come lei sa tante cose perché esiste qualcuno che gliele spiega, in altri casi ciò non avviene.
Prendo spunto e cerco paralleli con altri esempi: bambini figli di separati, bambini con disagio sociale, bambini troppo ricchi addirittura…e riporto il dialogo al principio del rispetto, all’essenza del non giudicare, alla bellezza del conoscere.
Mi racconta il suo mondo visto dai suoi 8 anni e mezzo. Scopro un mondo meraviglioso ma estremamente fragile. Le offro la possibilità di discernere attraverso questi comportamenti la sensibilità e il senso di civiltà e di riconoscersi in questo. Le spiego che tanti anni fa era molto più frequente e che oggi invece su venti bambini sono pochi quelli ancora così a digiuno.
Le spiego anche che esistono i siblings, fratelli e sorelle di persone con disabilità. Le propongo di rendere la sua esperienza qualcosa che possa incuriosire, piacere, avvicinare.
Nasce così l’idea del comitato mini siblings. Faremo questo comitato, con un potere enorme: giocare, scherzare, organizzare, incontrarsi. Questi bambini sono disabili di riflesso e per loro l’unico appoggio è la percezione che noi genitori abbiamo. Quanti momenti difficili per loro? Quante difficoltà capire il giusto equilibrio nel comportamento? Un comitato spontaneo che si ritrovi offre loro la possibilità di sfogarsi tra bambini, trovare un confronto, sentirsi meno soli.
Uno dei modi per diffondere civiltà. Coinvolgendo tutti i nostri grandi di domani. Perché a volte, temo che lavorare sui grandi di oggi, sia davvero una missione impossibile purtroppo!


fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/

venerdì 7 dicembre 2012

Barriere architettoniche, Sunia "Una giungla, disagi per centinaia di persone"

Niente ascensore, rampe di scale per accedere all'edificio, bagni non idonei, spazi angusti: a Bologna disagi nell'edilizia pubblica e privata. Trentini: "Meno di cento gli alloggi pubblici predisposti per persone disabili".
disabile su sedia a ruote allo stadio BOLOGNA - F. abita in una casa popolare al Pilastro. Ha un bambino con una disabilità motoria, che si sposta su sedia a ruote. La casa le è stata assegnata quando suo figlio era ancora piccolo e lei non aveva difficoltà a prenderlo in braccio per superare la piccola rampa di scale per arrivare all'ascensore. Ora che è cresciuto sollevarlo di peso è diventato difficile. "Solo nell'ultima settimana ci sono stati segnalati 3 casi come questo - racconta Ivano Trentini del Sunia, il sindacato unitario inquilini e assegnatari - in cui gli alloggi pubblici non sono più adatti in seguito al cambiamento della situazione familiare". In occasione della Giornata mondiale per i diritti delle persone con disabilità, il Sunia denuncia il permanere di innumerevoli barriere architettoniche negli edifici pubblici e privati, "una giungla, con disagi per centinaia di persone". Ovviamente, non tutte le disabilità sono uguali. A volte è sufficiente avere a disposizione un ascensore. In altri casi le difficoltà crescono con l'invecchiamento. Esistono alloggi pubblici totalmente accessibili, con spazi, servizi, ascensori a piano terra e sanitari adattati, "ma si tratta di interventi recenti e sono meno di un centinaio, di cui una ventina in Bolognina, sfitti da anni - continua Trentini - Sono, invece, molti gli edifici senza ascensore o in cui l'ascensore non arriva al piano". È possibile però fare domande per cambiare alloggio. "La graduatoria per il cambio è più corta di quella per chi fa domanda per la prima volta per una casa pubblica, qualche migliaio di persone - spiega Trentini - ma sono pochi gli alloggi ripristinati a disposizione, tanto che i tempi di attesa possono essere lunghi e non certi".
Mancanza di ascensore. Ascensori inaccessibili per le sedie a ruote. Rampe di scale per arrivare all'ascensore o al piano. Servizi igienici non adattati. Alloggi con spazi angusti. Assenza di spazi handicap nelle zone cortilive. È la "giungla di barriere architettoniche" in cui si trovano a vivere centinaia di persone con disabilità, sia negli alloggi pubblici che in quelli privati. "Tre gradini per chi è in sedia a ruote o ha difficoltà di deambulazione, sono come le sbarre di un carcere - dice Trentini - mortificano le persone e impediscono loro di essere liberi quanto gli altri". Oltre alle barriere architettoniche ci sono quelle economiche. "Nell'edilizia residenziale pubblica sono terminate le risorse per gli ascensori e l'installazione dei servoscala, considerati costosi e poco usati - continua Trentini - e le modifiche ai servizi sanitari sono limitate solo a chi ha un'invalidità al 100%, ma sono tanti i casi di persone anziane, over 80, magari obese, con invalidità al 70% che non sono in grado di sostenere le spese per adattare il bagno del proprio alloggio".
A questo si aggiunge poi la proposta del governo di modificare l'Isee, assimilando l'indennità di accompagnamento e gli assegni sociali agli altri redditi da lavoro. "Si sommano i redditi e non si detraggono gli oneri per la disabilità, facendo apparire i disabili più ricchi di quello che sono", afferma Trentini. Nell'edilizia privata, il Sunia considera positiva la modifica di alcune norme del regolamento condominiale, "anche se - conclude Trentini - si tratta di norme che resteranno inevase se non ci saranno finanziamenti per ristrutturazioni e superamento delle barriere".

fonte:http://www.superabile.it/

In Italia 560 mila automobilisti disabili, 20 mila in più ogni anno a causa di incidenti stradali

contrassegno sul parabrezzaRappresentano l'1,6% del totale degli automobilisti. Tra le criticità che devono affrontare, tre sono quelle principali: mancato rispetto degli spazi riservati, inaccessibilità di aree con marciapiedi e scalini non a norma, assenza di cultura della disabilità in città. L'Aci ha presentato una nuova gamma di prodotti e servizi mirati, in collaborazione con le associazioni territoriali
ROMA - Oltre 560.000 automobilisti italiani sono disabili. Sono appena l'1,6% del totale ma aumentano di 20.000 unità ogni anno, soprattutto a causa di incidenti stradali. Lo ha ricordato l'Automobile Club d'Italia in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità celebratasi nei giorni scorsi. Le maggiori criticità con cui devono confrontarsi i disabili sulle strade sono tre, imputabili prevalentemente al disinteresse degli altri e delle amministrazioni: il mancato rispetto degli spazi riservati; l'inaccessibilità di alcune aree con marciapiedi e scalini non a norma; l'assenza di cultura della disabilità, prevalentemente in città. "L'Automobile Club d'Italia tutela il diritto alla mobilità di tutti gli individui - dicono dall'ente - e soprattutto nell'ultimo decennio ha intensificato gli sforzi con una miriade di progetti e di iniziative a sostegno dei disabili". Ad esempio "Pra a domicilio" per il disbrigo delle pratiche automobilistiche ai cittadini con problemi di mobilità. Solo nell'ultimo anno sono stati poi effettuati 40 incontri con oltre 1000 partecipanti nell'ambito del progetto "Aci per il sociale" a favore delle categorie più deboli, tra cui disabili, extracomunitari ed anziani, "per fornire loro suggerimenti e consigli per la soluzione e la rimozione delle barriere esistenti per l'integrazione sociale nella mobilità". Una specifica sezione del sito www.aci.it è dedicata ai disabili, con vademecum e guide pratiche per documenti e attestati. Il soccorso stradale Aci 803.116 ha attivato dal 2007 una procedura con cui i sordi e tutti coloro che hanno difficoltà a comunicare verbalmente possono richiedere l'intervento di un carro-attrezzi tramite sms, ricevendo in forma testuale le informazioni sul soccorso.
Tra i nuovi servizi del Club c'è la tessera "Aci ...inoltre", che costa meno delle altre carte associative ma propone gli stessi vantaggi integrati da un mix di servizi per disabili, come l'invio di due mezzi di soccorso (uno per l'auto e l'altro per l'automobilista), l'assistenza sanitaria in viaggio, la disponibilità di un veicolo sostitutivo o il rimborso delle spese di rientro a casa in caso di grave guasto meccanico. Per rispondere al meglio a tutte le esigenze, l'Aci distribuisce questa tessera solo attraverso le associazioni dei disabili sul territorio, partner fondamentali per la continua messa a punto della gamma di servizi. Queste novità e attenzioni fanno dire al presidente dell'Aci, Angelo Sticchi Damiani, che "per un disabile oggi è più facile muoversi con la propria auto che con il bus o il treno, grazie anche al nostro impegno per la salvaguardia del diritto universale alla mobilità. L'automobile non è solo il mezzo preferito per gli spostamenti, ma anche un'inesauribile fonte di divertimento e di passione, come dimostrano i 100 piloti disabili tesserati Aci-Csai, Commissione sportiva automobilistica italiana".

fonte:http://www.superabile.it/web/it/

Un volo speciale ha portato Gioele a Brescia Qui il bimbo sarà curato con le staminali

Gioele ha 13 mesi e vive bloccato in un lettino d’ospedale. Non riesce a stare in piedi, a parlare, a mangiare da solo e nemmeno a respirare. Comunica con mamma e papà soltanto con i suoi enormi occhioni. Da quando è nato lotta con un nemico più grande di lui e spietato, l’atrofia spinale muscolare, la Sma1. Dopo la diagnosi, i medici gli hanno dato pochi mesi di vita. Adesso però, il bambino di Marsala e i suoi genitori hanno una speranza, il trapianto di cellule staminali mesenchimali.
Oggi Gioele è stato trasferito dall’Ospedale pediatrico Giovanni Di Cristina di Palermo agli Spedali Civili di Brescia a bordo di un volo della Protezione Civile. E’ diventata infatti, operativa l’ordinanza del Tribunale di Marsala che obbliga la struttura ospedaliera lombarda a prendere in cura il bambino.
Nel quadro delle cure compassionevoli, previste dal decreto ministeriale Turco-Fazio, il giudice del lavoro ha riconosciuto "il diritto alla salute e alla vita individuale" nonché "il diritto all'autodeterminazione individuale" del piccolo paziente e "ordina al legale rappresentante e al responsabile sanitario dell'azienda ospedaliera Spedali Civili di Brescia di procedere immediatamente e senza alcun altro indugio alla presa in carico del piccolo Gioele e di procedere alla somministrazione nei confronti dello stesso di cellule eventualmente prelevate anche da altri pazienti e prodotti secondo la metodologia di 'stamina'".
L’ordinanza del Tribunale si riferisce al metodo praticato in Italia dal professor Davide Vannoni, presidente della onlus Stamina Foundation, l’associazione che è al centro dal 2007 di una inchiesta giudiziaria della Procura di Torino che ha finora impedito a Gioele di accedere a questo trattamento sperimentale. Papà Rosario e mamma Katia doneranno un po’ del loro midollo spinale e quello che risulterà più compatibile, verrà lavorato in laboratorio e inserito nel midollo del bimbo.
“E’ vero – racconta a Tgcom24 Rosario Genova, papà di Gioele – non ci sono ancora prove scientifiche definitive sulla bontà del metodo del professor Vannoni, ma per me vale come un trattato di mille pagine il caso della piccola Celeste Carrer di Venezia. Affetta dalla stessa patologia che tormenta Gioele, dopo cinque sedute di staminali la bambina, prima paralizzata al 100%, è riuscita a stare seduta, a parlare, a respirare senza macchine. Forse Gioele non guarirà ma almeno avremo provato ad alleviare la sua sofferenza e a migliorare il suo tenore di vita”.
Spera Rosario, ma non si illude, anche se è stato proprio lui a lottare perché Gioele potesse ottenere l’unica cura al momento disponibile per un caso grave come quello di Gioele. Sono centinaia le mail, le raccomandate, le telefonate che da padre disperato ha inviato a ospedali, medici, genitori in condizioni analoghe. “Tanti mi hanno sbattuto il telefono in faccia, altri mi hanno persino detto chiaro e tondo di non volere fare di più per il mio caso. Ma non è questo che mi fa male. E’ assurdo che nel nostro Paese per poterti curare devi passare dal tribunale, minacciare denunce, pagare gli avvocati, sperare di trovare un giudice sensibile”.
Cosa sta dietro questo muro di burocrazia e insensibilità? “Ho il sospetto – conclude con amarezza Rosario – che le case farmaceutiche temano un decollo delle terapie a base di staminali. Tante malattie oggi quasi incurabili potrebbero scomparire e tante medicine, quindi non servire più”.

fonte:http://www.tgcom24.mediaset.it/

Scuola: docente sostegno ogni 2 disabili

Scuola: docente sostegno ogni 2 disabili
Nelle scuole italiane in media c'e un docente di sostegno ogni due alunni con disabilità. Nell'anno scolastico 2011-2012 gli alunni con disabilità erano 215.590, i docenti di sostegno 98 mila, il 12,8% del corpo docente. Lo ha reso noto il Ministero dell'Istruzione nel presentare una direttiva che "rinnova l'organizzazione e introduce strumenti d'intervento". Il ministro Profumo ha detto che nel Paese c'e' disomogeneità e in alcune zone un insegnante arriva ad avere fino a 5 alunni disabili.

giovedì 6 dicembre 2012

PA online: spallata pro-disabili


PA online: spallata pro-disabiliDei 761 mila siti internet delle amministrazioni nazionali europee, solo 1/3 è pienamente accessibile da una persona disabile. Una realtà tanto più grave in considerazione del fatto che oggi il web è uno strumento imprescindibile anche per le banali necessità della vita quotidiana. In occasione della Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità, la Commissione UE ha proposto, nel quadro dell’Agenda Digitale, una nuova Direttiva. Secondo la quale, a partire dalla fine del 2015, è prevista l’introduzione di elementi di accessibilità obbligatori e uniformati per 12 tipi di siti internet. Si tratta di servizi pubblici fondamentali, quali la sicurezza sociale e i servizi sanitari, la ricerca di un lavoro, le iscrizioni universitarie e il rilascio di documenti e certificati. Chiarendo, inoltre, il significato di fruibilità del web da parte di chi ha un handicap, attraverso indicazioni sulle specifiche tecniche e i metodi di valutazione, affinchè le amministrazioni pubbliche applichino le norme a tutti i servizi offerti.


Pordenone, la stazione resta “vietata” ai disabili


PORDENONE. Accedere autonomamente ai treni nella stazione ferroviaria di Pordenone? I disabili e le persone che hanno problemi di mobilità possono aspettare.
E’ la sconcertante e amara considerazione che emerge dalla lettura della missiva con la quale la direzione territoriale produzione di Trieste di Rete ferroviaria italiana ha risposto alla richiesta del Comune di installare un servoscala per consentire ai disabili di poter utilizzare i sottopassi di accesso ai treni. Gli scalini, infatti, rappresentano barriere architettoniche insuperabili sia per chi giunge dal parcheggio di via Candiani, collegato con un sottopasso alla stazione, sia per chi accede dall’ingresso principale.
Una questione, o meglio uno scandalo, sollevati dal consigliere di Sel, Idv e lista civica, Giovanni Del Ben, in una interrogazione all’amministrazione comunale.
Su sollecitazione del consigliere, l’assessore, Nicola Conficoni, e la dirigente Federica Brazzafolli hanno preso carta e penna e scritto a Rfi per chiedere di intervenire. Il dirigente Carlo De Giuseppe ha risposto che sono stati già richiesti appositi finanziamenti non per l’installazione di servoscala, che impediscono l’utilizzo autonomo da parte dei disabili se non con l’assistenza di un accompagnatore abilitato al servizio, ma di altri impianti, come gli ascensori.
Nessuna certezza né se la richiesta verrà accolta, né sui tempi, anzi di sicuro non si metterà mano alla situazione prima del 2015. De Giuseppe, però, informa che Rfi «mette a disposizione in un circuito di 252 stazioni, tra le quali Pordenone, il servizio “sale blu” attivo 24 ore su 24».
Come funziona? Si invia una mail (salablu.trieste@rfi.it), almeno 24 ore prima della prevista partenza, o si telefona al numero 199.30.30.60, almeno 12 ore prima dall’apertura del servizio (dalle 6.45 alle 21.30) e si fissa un appuntamento per poter essere assistiti da personale Rfi fino al treno.
Nella stazione di Pordenone, per fare un esempio, gli assistenti di una persona in carrozzina dovranno sollevarla, portarla in discesa e in salita e quindi farla salire sul treno nel caso, molto frequente, in cui le porte non si aprano a livello della banchina.
Una procedura che, al di là dell’impegno del personale, appare poco dignitosa per persone che, senza prenotazioni e particolari incombenze (si pensi a cosa potrebbe accadere in caso di ritardi dei treni) hanno il diritto di poter accedere autonomamente ai treni. Basterebbero un ascensore o una scala mobile attrezzata e convogli che non comportano gradini per l’accesso. Ma, evidentemente, come per altri diritti negati, è impossibile.

fonte:http://messaggeroveneto.gelocal.it/

A 8 anni studia da casa grazie ad una webcam


Con la disponibilità di una scuola elementare milanese, i genitori di un ragazzino 
disabile riescono a farlo "studiare a distanza"
 
immagine newsMarco ha otto anni ed è affetto da Sma, atrofia
 muscolare spinale, una malattia che nelle
 conseguenze fisiche è molto simile alla terribile
 Sla, diventatacelebre per aver mietuto vittime 
soprattutto tra gli ex 
calciatori. Negli ultimi anni a 
poco a poco la malattia gli ha bloccato i muscoli e
 l'ha costretto a vivere senza muoversi, a vedere 
il mondoattraverso il  flusso di bit che corre nella
 fibra ottica.
Fino allo scorso settembre l'atrofia muscolare 
gli aveva lasciato al massimo tre giorni di scuola 
all'anno. Il primo e gli ultimi due, giusto per 
guardare in faccia i compagni 
dell'Istituto comprensivo Italo Calvino di Milano. Troppo
 poco per conoscerli e farseli amici. Oggi Marco ha battuto 
la malattia inguaribile. Grazie al computer, alla webcam
 e alla fibra ottica, infatti, Marco riprende ogni mattina il 
suo posto in classe in mezzo ai compagni che adesso sono i suoi amici.
La forza e la tenacia dei genitori, che hanno tentato, studiato e scoperto
 soluzioni, gli hanno permesso di ricominciare ad essere Marco, quello dell'ultimo
 banco dove ora in 
un grande schermo ci sono i suoi occhi vispi e marroni. La sua "astronave", la
 libreria piena di fili e lucine, con schermo e tastiera, è un regalo di tanti. Della
mammaLaura,del preside del Calvino, Aldo Acquati, dei tecnici che gli hanno 
cablato la casa e la scuola con la fibra ottica, della maestra di sostegno che
 lo segue a domicilio, degli insegnanti che non hanno mai smesso di credere 
che fosse possibile.
"Oggi dopo tre anni di tentativi Marco ha ripreso a seguire le lezioni - 
racconta la madre -. Mezza giornata di scuola a distanza, poi le terapie per 
aiutarlo a respirare". 
Nonostante la malattia lo costringa su una sedia a rotelle, nonostante i muscoli
 siano fasci di fibre senza forza, Marco muove le dita sulla "cloche", sul
 joystick che dirige le telecamere nell'aula.
Con le dita zooma sui visi dei compagni, sulla lavagna e sul professore. "Abbiamo
 voluto che tutto apparisse reale, che Marco avesse la possibilità di "muoversi"
 liberamente all'interno della classe", racconta sempre la madre. Perché più che 
la didattica, qui conta la possibilità di vivere come gli altri compagni, di sentirsi uno
 di loro.
Marco non si muove, ma è lucido e parla come un normale bambino di 8 anni. 
A volte l'amore, l'affetto dei genitori aiuta a vedere più in là delle speranze della
 medicina. Non è questo il caso; è una malattia inguaribile, nessuno alimenta
 false attese. Neppure Marco, che a volte lo chiede a sua mamma e ai professori: 
"Perché proprio a me, perché non sono come loro?". Oggi sa che la sua è una vita
 speciale, una su 10 mila, questa l'incidenza della rarissima malattia.


Legano anziana e picchiano il figlio disabile: notte di terrore in una villa

TORRE DEL GRECO - Sono entrati in azione quando sulla città si stava abbattendo uno dei tanti forti temporali che hanno caratterizzato i giorni scorsi e in strada non c'era quasi nessuno. In piena notte, in una traversa di via Del Monte, una delle più popolate strade che «sfociano» su via Nazionale.

In tre hanno preso di mira un'isolata villetta dove risiedono un’anziana donna di 81 anni e suo figlio 46enne, quest’ultimo affetto da problemi di natura psichica. Una irruzione, secondo gli inquirenti - sul caso indagano gli agenti del commissariato di polizia di via Sedivola, guidato dal primo dirigente Paolo Esposito - pianificata a tavolino. Ma dallo svolgimento diverso rispetto a quanto previsto sulla carta.

La ricostruzione dei poliziotti in questo è decisamente precisa: mentre uno dei tre ha fatto da «palo» per evitare «visite» sgradite, gli altri due sono entrati nell’appartamento per mettere a segno il colpo. Ma qualche rumore di troppo avrebbe ridestato l'attenzione dell'anziana, che si è alzata dal letto per controllare cosa stesse accadendo. Il trambusto di queste fasi concitate ha fatto svegliare anche il figlio, che una volta notato i due malviventi che tentavano di immobilizzare la madre, ha abbozzato una reazione. A questo punto il 46enne è stato selvaggiamente picchiato prima di essere legato al letto, come del resto è avvenuto con la mamma.

I rapinatori hanno portato via quanto ritenuto utile - secondo quanto raccontato dalla donna nel corso della sua denuncia, erano presenti in casa quasi 8.000 euro in contanti e diversi oggetti in oro - prima di lasciare l'appartamento e fare immediatamente perdere le loro tracce.
Solo dopo alcune ore l'81enne è riuscita a liberarsi e ha chiamato la polizia. Mentre il 46enne è stato trasportato al pronto soccorso dell'ospedale Maresca per curare le ferite riportate durante la colluttazione, gli agenti hanno raccolto i pochi elementi forniti dall'anziana vittima di quest'ultima rapina.

Ultima perché gli inquirenti ritengono che la banda che ha agito lo scorso fine settimana in via Del Monte sia la stessa che ha messo a segno altri due colpi nei giorni scorsi e ritenuti decisamente simili nella dinamica e perfino nelle condizioni climatiche. Insomma, a Torre del Greco ci sarebbe una gang di rapinatore che entra in azione solo quando piove, approfittando del fatto che in strada ci sono poche persone.

Un aspetto questo che lascia propendere gli inquirenti verso persone proprio della città del corallo, capaci cioè di studiare usi e abitudini della gente e spesso di privilegiare gli appartamenti in cui abitano persone anziane, specie se sole. Tutta un'altra storia, insomma, rispetto alla banda che per mesi ha terrorizzato la zona alta della città, in particolar modo quella a ridosso derl casello autostradale di località via Scappi-Cappella Bianchini.

Almeno fino all'intervento della polizia, che ha permesso di risalire a una coppia di giovani provenienti dal rione Traiano di Napoli, assicurati alla giustizia dopo accurate indagini.

fonte:http://www.ilmattino.it/

Paralisi Spastica Cerebrale: Il Libro E Il Calendario Di Anna Gioria

La mancanza di assistenza al momento del parto fa nascere Anna Gioria con una Paralisi Spastica Cerebrale. Una gravissima disabilità che porta i medici ad affermare senza alcun dubbio che la piccola Anna non avrebbe mai parlato e tanto meno camminato. Ma con grande coraggio e forza di volontà Anna dimostra a tutti che anche le battaglie più dure e difficili si possono vincere.
paralisi spastica cerebraleLa sua storia è raccontata nel libro “Una Storia che non sta in piedi” edito dall’Associazione Fiaba onlus. Ma Anna è andata oltre, posando per il grande fotografo Bob Krieger ha realizzato un bel calendario per dimostrare che “tu sei come me, una persona…”.

Paralisi Spastica Cerebrale: Il Libro Di Anna Gioria

“Una Storia che non sta in piedi” è il titolo del libro che Anna Gioria ha scritto insieme a Giorgio Caldonazzo. Come dice Anna, è un libro autoironico “il giorno in cui sarei dovuta nascere il Dottore era ad una festa con l’amante, ed ha cercato di posticipare il parto al giorno seguente con una cura farmacologica…ma essendo io una testarda mi sono ugualmente incanalata nel basso ventre di mia madre…quando il medico è arrivato ero ormai in pericolo do vita perchè era stato preventivato un taglio cesareo perchè mia madre era di conformazione molto stretta di bacino, quindi per salvarmi la vita – conclude Anna – mi hanno prelevato con il forcipe…ed in seguito a questa brutta nascita feci tre giorni di incubatrice…e sembrò che tutto andasse per il meglio, finchè a sei mesi…”

Paralisi Spastica Cerebrale, Per I Medici La Vita Di Anna è Compromessa

A sei mesi i dottori emettono un verdetto senza speranza: la piccola Anna non potrà camminare e non potrà parlare. Anna nel libro “Una Storia Che Non Sta In Piedi” si descrive come una marionetta così ingarbugliata che era impossibile controllarla. “Quando ho cominciato a muovermi avevo sei/sette anni; è stato un processo molto graduale, non riuscivo ad avere nessun tipo di controllo”. I primi miglioramenti Anna Gioria li ottiene presso l’Istituto Berta di Milano, dove si reca per delle sedute di fisioterapia.

Paralisi Spastica Cerebrale: Un Aiuto Dalla Chiroterapia

Ma Anna fa terapie in ogni parte del mondo, comprese quelle non appartenenti alla cosiddetta “medicina ufficiale” dalla chiroterapia ai massaggi, tecniche che oggio giorno sono molto conosciute, ma a quel tempo si diceva che andavo dallo stregone…” Anna va in Russia, Svizzera, Stati Uniti…tutte esperienze che la portano ad un buon livello “ecco perchè ho deciso di scrivere un libro.

paralisi spastica cerebrale

Anna Gioria: Non C’è Una Vera Differenza Tra Normodotati E Persone Disabili

“Quando ho raggiunto l’età della ragione ho deciso che lo scopo della mia vita doveva essere quello di aiutare gli altri perchè penso che chi ha vissuto sulla propria pelle certe situazioni riesca più a capire e a comprendere; poi man mano che sono diventata adulta, per una serie di coincidenze della vita ho capito che la mia ttenzione doveva essere rivolta alla comunicazione per far capire alle persone che non c’è una vera differenza tra chi è considerato normale e chi è considerato disabile.

Paralisi Spastica Cerebrale: Il Calendario Di Anna Gioria

Per rafforzare questo concetto, nel 2000, quando molte star si spogliavano con disinvoltura anche  Anna Gioria realizza un calendario “Ero Presidente di una Onlus e una sera con i miei collaboratori quando, per scherzo,.. uno mi ha detto che mi dovevo spogliare anche io…” Anna rimane perplessa ma poi, il loro esperto di comunicazione conferma la validità dell’idea. Le immagini vengono realizzate dal fotografo Bob Krieger.

Paralisi Spastica Cerebrale: Il Libro Di Anna Gioria

In seguito a quella esperienza Anna comprende che avrebbe dovuto fare qualcosa di più concreto pertanto decise di scrivere il libro “Una Storia che non sta in piedi” con l’aiuto di un giornalista di RCS,  Giorgio Caldonazzo, caporedattore della rivista Visto. Il libro esce il giorno del Fiaba Day. Il presidente dell’Associazione Fiaba Onlus, commendator Giuseppe Trieste, prima ancora di averlo letto decide che il lavoro di Anna Gioria andava pubblicato.
Gli introiti del libro sono tutti devoluti a Fiaba, l’associazione nata per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Le prefazioni del libro sono state fatte dall’Onorevole Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità e dall’Onorevole Manuela Di Centa, grande campionessa del passato nello sci di fondo.
“Nella vita ho avuto due papà -. conclude Anna – uno mio papà vero, l’altro il chiropratico Jean Pierre Meerssemann, medico del Milan e di Manuela Di Centa”.

fonte:http://www.abilitychannel.tv/

La sla di mio marito

Nei mesi scorsi, com’è ben noto, molte persone affette da gravi malattie come la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) hanno attuato proteste eclatanti, fino ad attuare un rischioso sciopero della fame, per rivendicare il loro diritto a vivere. Qui presentiamo una nostra intervista con Francesca, moglie di uno di loro, che spiega tra l’altro il perché con una patologia come la SLA “è una famiglia che si ammala”
Francesca Giordani a fianco del marito Alberto
In questi ultimi mesi nei quale le persone affette da gravi malattie come la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) hanno “gridato” a gran voce per ottenere diritti vitali, abbiamo voluto ascoltare anche la voce di un familiare che condivide la patologia del marito.
Condividere è il termine più adatto che sono riuscita a trovare, perché Francesca dorme su una brandina vicina al letto pieno di apparecchiature del marito e lo accudisce come solo un cuore ricolmo d’affetto potrebbe fare in queste circostanze. Non basta però l’affetto! C’è bisogno anche di un piano di cure personalizzato e di un assegno di cura adeguato poiché i familiari svolgono il lavoro di un’équipe medico-infermieristica e la casa si trasforma in una vera e propria camera di degenza ospedaliera.
Francesca Giordani ha 55 anni ed è nata in provincia di Pordenone. La sua vita lavorativa è stata abbastanza variegata. Ma gli anni più intensi sono stati quelli come collaboratrice del Gruppo Abele, sia vivendo in comunità che lavorando nelle attività di tale organizzazione. «Un’esperienza molto intensa – ci racconta lei stessa – che si è conclusa quando ho sposato Alberto. Lui si era trasferito a Torino da Fossano (Cuneo), proprio per lavorare nel Gruppo Abele. Con l’arrivo di  Micol, poi, mi sono ritrovata a fare la mamma a tempo pieno. In seguito ho lavorato part-time per sei anni in una ludoteca del Comune di Torino e contemporaneamente come impiegata amministrativa in una ditta privata. Ora sono in aspettativa retribuita in base alla Legge 104, fino al luglio del 2013. Poi dovrò decidere se tornare al lavoro o se dare le dimissioni».
Quando hai esattamente conosciuto Alberto?
«Nel 1985. Come ho detto, lavoravamo entrambi nel Gruppo Abele. Sai come succede…. Fu amore a prima vista. A novembre vivevamo insieme e nel luglio successivo ci siamo sposati. Non siamo una coppia inossidabile, abbiamo attraversato momenti molto difficili e anche rotture che sembravano definitive, eppure…. siamo ancora qui».
Com’era la vostra vista prima della diagnosi di SLA? E com’è cambiata adesso?
«Conducevamo un’esistenza normale, lavoravamo, viaggiavamo molto, da soli, poi con Micol (fino all’adolescenza) e quindi nuovamente in coppia. È una cosa che mi manca molto, ma, come dice Alberto, “mai guardarsi indietro, la nostalgia uccide!”. Lui, patito della montagna, mi portava a camminare, io, invece, appassionata di vela, lo trascinavo in qualche uscita in barca. Si andava spesso al cinema, e sceglieva sempre Alberto, perché un film scelto da lui è una garanzia e io mi sono sempre affidata volentieri sapendo che non ci avrei rimesso.
L’ultima volta era già in carrozzina, una sala torinese, accessibile dall’ingresso alla sala, ma poi… solo scale. O ti facevi venire il torcicollo mettendo la carrozzina davanti alla prima fila e guardando lo schermo con una prospettiva piuttosto sgradevole o chiedevi a qualcuno compassionevole di aiutarti a fare le scale con la carrozzina. Il problema dell’accessibilità ci ha privato di parecchie uscite, anche quando potevamo ancora goderne. A teatro, spesso, i posti riservati ai disabili sono “in piccionaia”, solo al Carignano [Teatro Carignano di Torino, N.d.R.] era sistemato a metà sala, una collocazione decente e non da ultimi arrivati. All’Alfieri [Teatro Alfieri di Torino, N.d.R.] addirittura, per “motivi di sicurezza”, non potevamo lasciare Alberto in carrozzina nel passaggio (anche se c’era spazio a sufficienza sia per la carrozzina che per il passaggio delle persone), ma dovevamo spostarlo su una poltrona fissa e portare la carrozzina in fondo alla sala. Se fosse successo qualcosa, con quali tempi avremmo potuto allontanarlo? La “sicurezza” cui facevano riferimento non era certo la sua.
Questo Paese deve fare ancora molta strada per rispettare le persone con disabilità e l’accessibilità è ancora sin troppo spesso solo il formale rispetto di una norma di legge, che non prevede però che il disabile debba anche godere di quello che va a vedere. Insomma, era diventata più una fatica che un piacere e abbiamo smesso di vedere film o spettacoli, anche se avremmo ancora potuto farlo.
Oggi, ovviamente, ci muoviamo pochissimo perché Alberto si affatica facilmente, abbiamo amici che vengono a trovarci e ogni tanto ci portano qualche film da vedere insieme in TV. Ci fa piacere ricevere visite di amici che ci trattano come tali. Io non riesco a pensare ad Alberto come a un “malato”, penso a lui come una persona che ha delle condizioni di vita difficili e complicate. Non a un “ammalato”. La malattia ha fatto il suo corso (e speriamo abbia finito la sua opera distruttiva), ora basta, è una persona che vive in condizioni particolari. Chi viene a trovarlo non viene in visita a un ammalato, ma viene a chiacchierare del più e del meno, a commentare gli avvenimenti, a vedere un film, a parlare di cucina per farlo arrabbiare».
Chi è il più forte tra di voi?
«Non lo so. Entrambi o nessuno dei due. Siamo normali, abbiamo momenti di sconforto e altri più sereni. Certo, la nostra situazione è difficile, davvero se guardiamo a quello che abbiamo perso, rischiamo di finire in un baratro senza fondo, ma se guardiamo a quello che possiamo ancora cercare di avere, riusciamo ad andare avanti».
Parliamo brevemente del Comitato 16 Novembre [Comitato 16 Novembre (Associazione Malati SLA e Malattie Altamente Invalidanti), N.d.R.]?
«È  nato a ruota di quella mobilitazione del 16 novembre 2010, appunto, che portò allo stanziamento di 100 milioni di euro per l’assistenza domiciliare ai malati di SLA. Si trattò di una mobilitazione spontanea di malati che non si sentivano rappresentati dalle grandi associazioni nazionali e che volevano una risposta e non le solite promesse che non avevano seguito».
Come siete giunti recentemente alla decisione di attuare lo sciopero della fame?
«Nell’aprile di quest’anno, a seguito di un’ennesima manifestazione a Roma, ci era stato detto che era allo studio, ormai da cinque mesi, un piano organico di intervento sulle disabilità. Ancora qualche mese di pazienza e il piano sarebbe stato reso pubblico. Qualcuno poi ha saputo qualcosa in merito?…
Non so se esasperi maggiormente la condizione in cui si vive o le eterne prese in giro da parte delle Istituzioni che dovrebbero garantirti. Si dice a mali estremi… estremi rimedi. Cos’altro possiamo fare? Credo non si tratti solo di rivendicare un diritto, ma sia anche un dovere costringere le Istituzioni ad adempiere il loro ruolo. Inoltre, gli ammalati di SLA avevano avuto un contributo e perché gli altri ammalati nelle stesse condizioni no? Ci sentivamo ingiustamente privilegiati. Quello che rivendichiamo è dunque che sia istituito un fondo per la tutela di tutti i non autosufficienti. Senza poi contare che il Nomenclatore degli Ausili è vecchio di oltre dieci anni (non vi è previsto, ad esempio, il comunicatore oculare) e che i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) andrebbero urgentemente aggiornati.
C’è chi ci accusa di fomentare una “guerra tra poveri”, di non tenere conto che anche le altre disabilità, meno gravi, vanno tutelate. È vero, ma in attesa della soluzione ideale per tutelare tutti, cominciamo a fare qualcosa almeno per chi sta peggio? Altrimenti rischiamo di restare eternamente in attesa di soluzioni fantastiche che non arriveranno mai. A una persona privata di tutto, meno che della lucidità di comprendere perfettamente la condizione in cui si trova, possiamo almeno risparmiare l’angoscia di sapere che – se decide di vivere ugualmente – costringe i propri familiari a una vita di sacrificio al limite delle possibilità? Oggi deve scegliere se vivere, mettendo agli “arresti domiciliari” il marito o la moglie e/o togliere il futuro ai figli (perché ha necessità di qualcuno costantemente al suo fianco), o rifiutare la tracheotomia e liberare la famiglia da un peso che, senza aiuti, è insopportabile».
È stato naturale che facessi anche tu lo sciopero della fame?
«Sì, quando si dice che con la SLA è “una famiglia che si ammala” e non una persona, è vero. Però quando ho paventato ad Alberto che se avessi dovuto sentirmi male, l’unica soluzione sarebbe stata quella di un ricovero… mi ha detto di mangiare».
Cosa ci si aspetta da questo Governo?
«Francamente avevo parecchie attese su questo Governo, e oggi sono abbastanza delusa. Infatti, non ha attaccato i privilegi e ha pescato nelle solite tasche. Quando il tesoriere di un partito può perdere 100.000 euro al gioco e nessuno se ne accorge, vuol dire che hanno troppo denaro. Se a me mancano 50 euro nel portafoglio, me ne accorgo subito e li vado a cercare, se non li cerchi è perché non ne hai bisogno.
Se davvero si volessero recuperare gli sprechi, ci sarebbe denaro sia per le esigenze del sistema sanitario che per gli interventi nel sociale. Quello che non riesco a capire è perché ci siano tante resistenze a rendere praticabile un progetto come quello per cui ci battiamo, che è a basso costo. Sono malati che in ospedale sono ricoverati in rianimazione, nelle RSA [Residenze Sanitarie Assistenziali, N.d.R.] fatichi a trovare posto, perché non sono molte quelle attrezzate per accoglierli, data l’alta intensità di cure di cui hanno bisogno. E in ogni caso il costo per la collettività è elevato, si stima in circa 70.000 euro all’anno. Per l’assunzione di assistenti familiari, noi abbiamo fatto la richiesta di 20.000 euro all’anno per i casi più gravi. A questo punto riesco solo a pensare che con le famiglie si possa intrallazzare poco… Oppure, siccome le famiglie spesso sono disposte a svenarsi piuttosto che ricoverare il familiare, cinicamente le si lascia dissanguare, costa ancora meno.
Forse la nuova forma di protesta potrebbe essere quella di far ricoverare contemporaneamente tutti i nostri cari, credo andrebbe in tilt il sistema. Alberto sicuramente preferisce non mangiare».
Cosa desideri più di tutto per il tuo compagno di vita?
«Serenità e qualche momento di allegria. Abbiamo una splendida figlia, di cui siamo enormemente orgogliosi, vorrei che potesse godere dei suoi successi e consolarla nei momenti bui».
Il futuro è solo domani, oppure?
«Sì, ho imparato a non fare progetti perché le condizioni di Alberto sono così imprevedibili che spesso facciamo programmi, anche a breve, che saltano all’ultimo minuto. Può diventare frustrante non riuscire a portare a termine quello che avevi progettato, qualsiasi cosa sia. Meglio vivere alla giornata, che non vuol dire rinunciare a tutto, solo si fa quello che si ha voglia di fare in quel momento».
Grazie Francesca.

fonte:http://www.superando.it/