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Ilaria

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lunedì 10 dicembre 2012

Colosseo, la video-guida per disabili

L'Anfiteatro Flavio ha il primato del monumento archeologico più "accessibile". Dopo gli ascensori, l'allestimento di percorsi ad hoc per un pubblico con difficoltà motorie, il simbolo di Roma si racconta anche alle persone sorde. Da oggi è disponibile, per essere noleggiata, la speciale videoguida che consentirà al pubblico di non udenti di visitare autonomamente l'intero monumento.

ROMA - Il Colosseo sembra vincere la scommessa di monumento archeologico più "accessibile". Dopo l'inaugurazione nel 2000 degli ascensori, l'allestimento di percorsi ad hoc per un pubblico con difficoltà motorie, e la messa in opera di un altro ascensore che porterà ai sotterranei, ora l'Anfiteatro Flavio si racconta anche ai sordi. Da oggi è disponibile, pronta per essere noleggiata, la speciale videoguida che consentirà al pubblico di non udenti di visitare autonomamente l'intero monumento con un apparecchio-guida digitale personale.

Tutto su uno smarthphone. "E' la prima videoguida di questo tipo in un sito museale a Roma e in Italia perché consente una visita interattiva diretta, e non virtuale, del Colosseo, ricalcando perfettamente il percorso delle audioguide che sono ormai attive in undici lingue, compreso il latino", avverte la direttrice del monumento Rossella Rea. Il progetto, voluto dalla Soprintendenza ai beni archeologici di Roma, è stato realizzato dalla società concessionaria al Colosseo dei servizi aggiuntivi di didattica e accoglienza, CoopCulture, in stretta collaborazione con l'associazione onlus Kiasso specializzata in iniziative attive nel turismo accessibile, e presentato in concomitanza con la Giornata internazionale per la Disabilità. L'apparecchio consiste in uno smartphone touchscreen riadattato con un software (Samsung Galaxy S) che offre un doppio sistema di informazioni (tutte nozioni storiche e approfondimenti artistici supervisionati dalla stessa Rea).

L'immagine dell'interprete e il liguaggio dei segni. Sullo schermo, infatti, viene offerta simultaneamente l'immagine dell'interprete che traduce le notizie nel linguaggio dei segni, sia il testo narrativo che scorre a fianco. Una modalità, quest'ultima, che può essere utilizzata anche dall'accompagnatore. La videoguida può essere scelta tra il linguaggio Lis (Lingua italiana dei segni) e, novità assoluta, quello dell'Asl (American Sign Language). Quindi la videoguida è in italiano e inglese. C'è voluto un anno di lavoro per mettere insieme la "regia" di un prodotto così innovativo: "L'operazione è stata condivisa integralmente con l'associazione Kiasso e testata dal loro personale in modo da renderla efficace. L'operazione principale è stata quella di calibrare tutto il testo dei contenuti sul sistema del linguaggio dei segni - avverte Rossella Rea - e il valore aggiunto è che questa video guida è fatta da persone sorde che hanno lavorato sul testo e lo hanno tradotto. E' quindi frutto di persone di madrelingua".

Il turismo accessibile. Non a caso la peculiarità dell'associazione Kiasso è quella di aver investito tutto sulla professionalità nel settore del turismo accessibile, formando anche guide turistiche specializzate in linguaggio dei segni. Dopo alcune sperimentazioni a Roma di sistemi divulgativi per non udenti, legati più a guide virtuali e applicazioni scaricabili su cellulari, ora è la prima volta che un monumento viene dotato di uno specifico servizio didattico in modo permanente. La video guida ha lo stesso costo delle audio guide (€5,50), a fronte dell'ingresso gratuito per tutti i portatori di handicap e i loro accompagnatori, com'è disciplinato da decreto del Ministero per i beni culturali.

 fonte:http://www.repubblica.it/

sabato 24 novembre 2012

La "piazza" della grave disabilità: volti e storie di una pesante quotidianità

Sono le storie che spiegano le ragioni della protesta che ha portato in piazza malati di Sla e persone con gravi disabilità, accompagnati da familiari, assistenti, associazioni. La mamma di Luca, un ragazzo di 41 anni malato di Sla: "Per portarlo dall'ospedale a casa, devo pagare 80 euro di ambulanza". Andrea Diomede, anche lui con la Sla: "In Italia c'è il malcostume di lucrare sulla sanità, mentre le famiglie hanno 5 ore di assistenza al giorno"
ROMA - Ci sono volti, storie e gesti quotidiani di cura e di assistenza, dietro gli slogan e le rivendicazioni di chi oggi, a Roma, è sceso in piazza, davanti al ministero dell'Economia, insieme al Comitato 16 novembre. Sono queste storie che spiegano, meglio di tante parole, le ragioni della protesta e i bisogni che in questa si manifestano.
Andrea Diomede Giancarlo ha 45 anni, non è malato di Sla, ma di sclerosi multipla: "sono qui oggi perché loro stanno peggio di me e posso comprendere molto bene cosa provano - spiega - Quando devi vivere senza dignità, sulle spalle della famiglia, è facile e desiderabile mettere fine alla sofferenza. Io prendo 270 euro di invalidità civile e la mia compagna deve lavorare giorno e notte. Per fortuna l'11 dicembre ci sarà l'udienza, dove spero mi sarà finalmente riconosciuta l'invalidità, quindi l'accompagno e la pensione. Ma confesso che, quando vivi così, ti viene in mente di confessare un reato che non hai commesso, o di commetterne uno, per finire in galera e smettere di essere una bocca da sfamare per la famiglia. E' successo a me, che ancora riesco a camminare un po'. Figuriamoci a chi, come loro, sta molto peggio di me". Giancarlo era musicista, suonava il sassofono, finché 10 anni fa iniziò ad avere problemi alla mano. "Mi inviarono al Centro sclerosi multipla, dove mi curarono e dopo 9 mesi mi dimisero con una diagnosi di malattia demielinizzante. Stavo molto meglio, avevo ripreso l'uso della mano e ricominciai a lavorare, sicuro di essere guarito. Un anno e mezzo fa la ricaduta mi tolse ogni illusione: ho dovuto lasciare il lavoro, ma ancora riesco a fare almeno circa 400 passi al giorno".
Luca Pulino arriva in piazza in ambulanza, steso sulla barella: arriva da Capranica, ha 41 anni e da 11 anni è malato di Sla. "Era uno sportivo, un ragazzo vivace e dinamico - ricorda la mamma, Maria Antonietta - Tre anni dopo la diagnosi ha smesso di parlare, 5 anni dopo ha avuto bisogno di tracheotomia e Peg: è stata una sua scelta, sapeva a cosa andava incontro. Oggi è paralizzato al 99%, non muove più un dito, ma il suo cervello funziona benissimo. Conosce benissimo la malattia e sa quale sarà il suo decorso". L'assistenza di Luca pesa soprattutto sulla famiglia: "Abbiamo un'infermiera dalle 8 alle 14, per tutto il resto della giornata sono io sola con lui. Quando c'è l'assistenza, esco un'oretta per fare qualche commissione, ma poi torno subito a casa. Solo per lavarlo, ci vogliono due persone almeno. E circa un paio d'ore. Finché ho potuto, mi sono occupata io soltanto della sua igiene personale: mi sembrava più rispettoso, più dignitoso. Ora però non è più possibile". Così come è impossibile far uscire Luca di casa, se non in occasioni eccezionali: "Per portarlo dall'ospedale a casa, devo pagare 80 euro di ambulanza - racconta la mamma - Lo stato ci concede solo quelle 6 ore di assistenza, il resto è tutto a carico nostro. Almeno 1.200 euro al mese tra farmaci, pomate ecc. A cui vanno aggiunti circa 1.300 euro a bimestre di elettricità. Per fortuna, grazie al comunicatore, riusciamo a parlare tanto. E qualche volta anche a litigare".
Un'altra ambulanza arriva in piazza: scende Andrea Diomede, insieme ai suoi due assistenti, che ogni giorno si prendono cura di lui. Risponde alle nostre domande attraverso la sua "lavagna" trasparente, il comunicatore che usa nelle rarissime occasioni in cui è fuori casa. "I problemi li hanno i malati che non si chiamano Borgonovo o Melazzini - denuncia - e che ricevono appena 5 ore al giorno di assistenza. Nel loro caso, sono le famiglie che devono assisterli: e così, dopo un po', si ammalano tutti". Sorride, ma è severo il capo d'accusa che rivolge al sistema dell'assistenza: "c'è il malcostume di lucrare sulla sanità - continua - Le offerte d'appalto sono gonfiate, ci troviamo di fronte a una Prima Repubblica mai finita!Le Asl pagano 900 euro al giorno per l'assistenza di ogni malato h24. E siamo in pochi fortunati ad essere riconosciuti h24. Di questi 900 euro, solo 400 arrivano ai 3 assistenti che si prendono cura del malato: le cooperative lucrano: il problema si può risolvere solo con l'assistenza diretta".

fonte:http://www.superabile.it/

domenica 18 novembre 2012

Si può fare anche di peggio…

Tre storie tutt’altro che infrequenti, da raccontare a quel Deputato che nei giorni scorsi ha ribadito come «ci vogliano più controlli e più severità sulle prestazioni di invalidità». Quelle da 260 euro al mese, lo ricordiamo… «Ma siamo certi – scrive amaramente Carlo Giacobini – che si può fare anche di peggio, ad esempio avviando altri 450.000 pseudocontrolli sui “falsi invalidi”, buttando soldi, risorse, energie»
Particolare di uomo calvo con le mani sulla testaEccolo! Lo stavamo aspettando, il Deputato di cui, per rispetto della Camera, omettiamo il nome e il gruppo parlamentare, che prorompe con censoria baldanza. Sistemandosi deciso il fazzolettino verde nel taschino, ribadisce che ci vogliono più controlli e più severità sulle prestazioni di invalidità. Quella da 260 euro al mese, per intenderci…
Per il bene della Patria e il decoro della Nazione, ci auguriamo che non affronti gli altri temi che riguardano il Paese con la stessa ignoranza con cui liquida quelli che interessano la disabilità.
Gli allunghiamo quindi un promemoria: i verbali di invalidità sono definiti da una Commissione dell’ASL in cui dovrebbe essere presente anche un medico dell’INPS, che dovrebbe garantire omogeneità e rigore di giudizio. Dovrebbe… perché l’INPS li ha nominati solo nel 37% dei casi (lo dice la Corte dei Conti: in pratica, come Cittadini, abbiamo dato i soldi all’Istituto per quei medici, ma l’INPS li ha spesi per fare altro…). Poi quel verbale, comunque, viene controllato e validato – dal 2007 – da una Commissione di verifica dell’INPS. Unico caso, probabilmente, in cui la Pubblica Amministrazione controlla se stessa!
Doppio controllo per ciascun verbale. Se anche i bilanci dei partiti subissero lo stesso trattamento, non si verificherebbero (forse) alcune incresciose vicende note alla cronaca…
Ma non basta. Vogliamo anche raccontare a quel Deputato tre storie tutt’altro che infrequenti. Non “casi-limite”, quindi, ma “normalità” assai diffusa.
La prima storia è quello di un signore di 80 anni con malattia di Alzheimer. Ha presente l’Alzheimer, Deputato? Ha presente come riduce le persone?
80 anni (insorgenza della malattia): visita di accertamento di invalidità civile e di handicap. Medici coinvolti 6 presso l’ASL, 5 presso l’INPS per la verifica. Viene dichiarato invalido e persona con handicap rivedibile a due anni (potrebbe migliorare…).
82 anni: visita di revisione di invalidità e di handicap. Medici coinvolti 6 presso l’ASL, 5 presso l’INPS per la verifica. Viene dichiarato invalido e persona con handicap non rivedibile.
83 anni: visita di accertamento della non autosufficienza per la concessione dell’assegno di cura. Medici coinvolti 5 (specifica équipe di valutazione). Viene dichiarato non autosufficiente e si elabora una scheda descrittiva.
85 anni: visita di accertamento della non autosufficienza per il ricovero in istituto. Medici coinvolti: 5 (specifica équipe di valutazione). Viene dichiarato non autosufficiente si elabora una scheda descrittiva. La persona è pronta per essere “imbarcata” verso l’istituto.
In sintesi: in cinque anni è stato visitato altrettante volte, con 32 medici coinvolti. E gli va pure di lusso se non lo convocano a visita per verificare che non sia un “falso invalido”.
La seconda storia riguarda un ragazzo di 30 anni che ha subito una severa lesione spinale. Ha presente, Deputato, una persona tetraplegica?
30 anni: visita di accertamento di invalidità civile e di handicap. Medici coinvolti 6 presso l’ASL, 5 presso l’INPS per la verifica. Viene dichiarato invalido e persona con handicap rivedibile a tre anni.
30 anni: visita di accertamento dell’idoneità alla guida. Medici coinvolti 3 più un ingegnere della Motorizzazione Civile. Viene riconosciuta l’idoneità alla guida, con obbligo di adattamenti. La patente ha validità di 5 anni.
32 anni: visita per l’iscrizione alle liste speciali di collocamento (Legge 68/99). Medici coinvolti 6 presso l’ASL, 5 presso l’INPS per la verifica. Vengono indicate le capacità lavorative residue.
33 anni: visita di revisione di invalidità e di handicap. Medici coinvolti 6 presso l’ASL, 5 presso l’INPS per la verifica. Viene dichiarato invalido e persona con handicap non rivedibile.
35 anni: visita di revisione dell’idoneità alla guida. Medici coinvolti 3 più un ingegnere della Motorizzazione Civile. Viene riconosciuta l’idoneità alla guida con obbligo di adattamenti. La patente ha validità di 5 anni.
In sintesi: in cinque anni la persona è stata visitata altrettante volte, salvo verifiche a campione, con 39 medici coinvolti. E gli va bene se non viene convocato pure a visita per i controlli sui “falsi invalidi”.
Terza e ultima storia, quella di un bimbo nato con una severa patologia congenita, una sindrome di Angelman, tanto per fare un esempio.
3 anni: primo accertamento di invalidità e di handicap. Medici coinvolti 6 presso l’ASL, 5 presso l’INPS per la verifica. Viene dichiarato invalido e persona con handicap rivedibile.
5 anni: visita di revisione di invalidità e di handicap. Medici coinvolti 6 presso l’ASL, 5 presso l’INPS per la verifica. Viene dichiarato invalido e persona con handicap rivedibile.
6 anni: visita per handicap ai fini scolastici; Diagnosi Funzionale; Profilo Dinamico Funzionale. Medici e altri operatori sanitari coinvolti 8, ma anche più (inclusa l’équipe specialistica).
10 anni: visita di revisione di invalidità e di handicap. Medici coinvolti 6 presso l’ASL, 5 presso l’INPS per la verifica. Viene dichiarato invalido e persona con handicap non rivedibile.
11 anni: revisione del Profilo Dinamico Funzionale ai fini scolastici: Medici e altri operatori sanitari coinvolti 5, ma anche più.
18 anni: revisione dell’invalidità civile. Medici coinvolti 5 presso l’ASL, 5 presso l’INPS per la verifica. Viene dichiarato invalido e persona con handicap non rivedibile.
19 anni: visita ai fini dell’iscrizione alle liste speciali di collocamento (Legge 68/99). Medici coinvolti 6 presso l’ASL, 5 presso l’INPS per la verifica. Vengono indicate le capacità lavorative residue.
In sintesi: prima dei 20 anni di vita, la persona è stata visitata sette volte, con il coinvolgimento di 67 medici. E gli va pure bene se non viene anche convocato a visita per controlli straordinari.
Caro Onorevole, è ancora convinto che servano più controlli? Questo quadro è già più che sufficiente per far perdere ai Cittadini ogni fiducia nei confronti dello Stato, ogni speranza che le loro condizioni di vita possano migliorare, ogni auspicio di un futuro migliore. Questo quadro è già più che sufficiente a far perdere ulteriore credibilità a chi decide con il nostro voto.
E questo è un quadro di spreco, di inutilità, di inefficacia, di malgestione, di cattiva regolamentazione e che tuttavia “ingrassa” qualcuno: non certo le persone con disabilità, ma l’esercito di medici, consulenti, avvocati, impiegati, dirigenti che ci girano attorno.
Un quadro tetro, ma siamo certi che con l’impegno di tutti, si può fare anche di peggio: ad esempio avviando altri 450.000 pseudocontrolli sui “falsi invalidi”, buttando soldi, risorse, energie.


fonte: Carlo Giacobini http://www.superando.it/

martedì 13 novembre 2012

Sanità, i tagli: carrozzine usate per i disabili, no a fotocopie e merende





ROMA - Carrozzine usate per i disabili. Ridurre o eliminare le merendine, fare fotocopie sempre fronte-retro. Sono queste alcune delle trentaquattro regole dettate dalla Regione alle Asl e aziende ospedaliere, per risparmiare il 5 per cento del budget entro la fine dell’anno. La qualità del servizio sanitario negli ospedali non è in discussione, almeno per il momento. Anche se i risparmi si stanno abbattendo sui cittadini come la diminuzione delle ore difront office nei centri per le prenotazioni. Risentiranno dei tagli anche i disabili perché gli ausili (come le sedie a rotelle) dovranno essere riciclati. Sul fronte dei dispositivi medici è obbligatorio ridurre gli acquisti dai privati e inasprire le procedure di autorizzazione e di verifica dei prezzi. Infine dovrà essere verificata con più attenzione l’appropriatezza delle analisi e delle indagini cliniche.

Quest’ultime rischiano di diventare più difficoltose perché sotto la scure dei tagli c’è la riduzione della manutenzione di alcune apparecchiature. Le regole fanno seguito ad altre iniziative sul fronte del risparmio con incontri con tutte le Asl sui servizi di ristorazione e di lavanderia, poi su quelli di pulizie e sanificazione che si sono svolti a fine luglio e nei primi giorni di agosto. Poi è arrivato nei primi giorni di ottobre il decalogo. I direttori generali dovranno comunicare a chi ha vinto le gare d’appalto che ridurranno gli importi del 5% fino al termine delle forniture dei servizi e nel caso che non si raggiunga un accordo il contratto dovrà essere rescisso entro 30 giorni.

La Regione indica di ridurre la frequenza delle pulizie delle aree non sanitarie, diminuire o eliminare le merende applicando un giro di vite sugli accessi alle mense ospedaliere. Bisogna tagliare del 30% le ore di vigilanza armata in non armata perché costa meno. Per i dipendenti ci sarà meno assistenza per i servizi informatici e l’eliminazione di tanti telefonini aziendali mentre a quelli rimanente dovrà essere assegnato un tetto di spesa. Fotocopie e documenti stampati fronte retro, e meno cancelleria. Ospedali al buio? Ma certo, nella spending review regionale è prevista anche la riduzione dei consumi energetici e tutti dovranno stare attendere allo spreco di luce e a spegnere le macchine elettriche non utilizzate.

lunedì 12 novembre 2012

Direttore Asl2 accusa disabile «Mi ha schiaffeggiato» Lei controaccusa: «Io aggredita»

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NAPOLI - Giuseppe Ferraro, direttore generale dell'Asl Napoli 2 nord sarebbe stato aggredito stamani mentre usciva dagli uffici dell'Asl, a Monteruscello.

Secondo la polizia, Ferraro sarebbe stato schiaffeggiato da una disabile che, però sostiene di essere lei l'aggredita. E chiama a testimonianza il video diffuso sul web da Road tv dove si vede la donna presa per i polsi e strattonata.
Il gesto - secondo fonti della polizia - sarebbe riconducibile a un incontro richiesto da un gruppo di disabili e non concesso da Ferraro. Due persone sono state portate in commissariato ed identificate.

Ferraro è rimasto barricato per circa mezz'ora all'interno di un ufficio postale mentre la polizia ha tranquillizzato la situazione.

Secondo lo staff di Ferraro, il direttore generale si è trovato circondato, oltre che da alcuni rappresentanti di un'associazione di disabili, anche da alcuni dipendenti dell'Asl che stavano protestando per lo spostamento dei punti di soccorso territoriali. Gli agenti sono riusciti a far uscire Ferraro da un accesso secondario.

Lucia De Cicco, la disabile al centro dell'episodio verificatosi questa mattina nella sede dell'Asl Napoli 2 nord di Monteruscello, ha reso noto di aver denunciato il direttore generale della stessa Asl sostenendo di essere stata lei aggredita da Giuseppe Ferraro e di non avere schiaffeggiato il dg.

«Questa mattina - spiega la De Cicco, presidente dell'associazione Fascia Costiera - mi trovavo nei locali nell'Asl di Monteruscello in attesa di incontrare il direttore generale con altre persone interessate alla sorte dei servizi di assistenza territoriale allorquando il direttore, uscendo dalla sua stanza, è andato via in maniera spedita. Non ha voluto ascoltarci. Io che mi sono trovata nelle sue immediate vicinanze ho cercato di presentare le nostre istanze, ma lui proseguendo a passo svelto mi ha travolto».

La De Cicco formula anche altre accuse nei confronti di Ferraro. «So solo che ho dovuto fare ricorso alle cure dei sanitari dell'ospedale civile di Pozzuoli per il brutto colpo che ho subito nella caduta. Ho avuto una prognosi di 20 giorni per contusioni multiple. Dovrò portare il collarino per il colpo di frusta riportato. Ci tengo a precisare tutto quanto perchè non sono stata io ad aggredire, ma sono stata aggredita. C'è anche un filmato che evidenzia quanto ho riferito e che gira sul web».

In veste di presidente di un'associazione sociale operante su un'area periferica di particolare disagio, De Cicco si sta battendo per la permanenza sul territorio dei presidi di assistenza territoriale ha raccolto circa 200 firme e partecipato agli incontri in Regione per discutere sui provvedimenti da adottare. «La Regione con la commissione Trasparenza ha deciso la remissione del provvedimento di abolizione del Psaut di Varcaturo, ma - conclude - il direttore Ferraro ha voluto fare di testa sua. Non ha mai voluto ascoltarci e seguire le linee guida della regione e stamani ha fatto il resto, scappando dinanzi a noi che chiedevamo solo di esporre le nostre ragioni».

lunedì 5 novembre 2012

L'Asl trasferisce l'ufficio protesi da piano terra al 2° piano e scoppia la polemica

L'Azienda sanitaria ha optato per questa decisione non tenendo conto delle enormi difficoltà che avrebbe causato ai cittadini.

FASANO - In un’era in cui si cerca di eliminare del tutto le barriere architettoniche ci sono enti che, invece, complicano la vita ai diversamente abili. L’aggravante, in questo caso, sta nel fatto che a optare per una decisione inspiegabile è proprio l’Azienda sanitaria brindisina che a Fasano ha deciso di spostare l’ufficio protesi dal piano terra della struttura sita in via dell’Artigianato al secondo piano della stessa. Non solo. Manca l’ascensore e i disabili dovrebbero, per avere soddisfazione, suonare un citofono e far scendere l’impiegato. Questo accade nel 2012. Secondo le notizie apprese i motivi del trasferimento risiedono nel fatto che nel precedente ufficio c’era poca luce e il vicino ambulatorio d’otorino-laringoiatria provocava rumori molesti. Comunque, motivazioni a parte, resta il fatto che l’ufficio protesi non è più raggiungibile da chi è su una sedia a rotelle e neppure da chi ha anche un minimo disagio a deambulare.

«Lo spostamento dell’ufficio-Asl destinato ai disabili dal piano terra ad un secondo piano senza ascensore ha davvero dell’incredibile, se non fosse che il fatto è maledettamente vero – afferma Pino Carrone, dell’Ufficio H della Cgil di Fasano, a cui sono giunte in merito numerose segnalazioni e vibrate proteste -; l’Asl è un habitué in fatto di scelte logistiche che definire estemporanee è un eufemismo: sono un vero e proprio schiaffo morale a chi vive con disabilità fisiche. Non dimentichiamoci della barbara decisione di chiudere l’ingresso di un altro ufficio Asl che invece era dotato di rampa cui seguì, dopo le numerose proteste, la decisione di riaprirlo». Il riferimento è l’ingresso posto su un’ala dell’ospedale Umberto I, l’unico on una rampa per disabili. Ma Carrone non si ferma e attacca ancora duramente l’Asl. «Evidentemente, alla direzione Asl conoscono poco la lingua inglese – argomenta il sindacalista – il che è un limite in fatto di dover avere, come requisiti imprescindibili, competenze e professionalità per chi ricopre incarichi delicati. Allora, vediamo di spiegarlo con la solita pazienza che contraddistingue noi disabili, nonostante ne abbiamo le tasche piene dell’insensibilità di molti e, soprattutto, delle Istituzioni. La parola “handicap”, tradotta in italiano, sta per svantaggio o menomazione; pertanto, cari dirigenti Asl, in soldoni, significa che chi non ha completamente le capacità motorie non può salire scale e, in verità, neanche un gradino se si tratta di persone che si muovono in carrozzina: l’Asl lo vuol comprendere una volta per tutte? Oppure no?».

La protesta di numerosi cittadini per via del trasferimento d’ufficio si è levata immediatamente ma l’Azienda sanitaria non si è ancora attivata per rimediare alla gaffe. Qualcuno aveva chiesto di trasferire armi e bagagli negli uffici Asl di via Vanoni ma pare che anche da quelle parti non sia possibile andare. «Con la decisione di trasferire al primo piano l’ufficio destinato ai disabili che devono richiedere i vari presidi ortopedici si offende la dignità di chi vive con una disabilità fisica – arringa e conclude Carrone -. E’ un’autentica vergogna che non può, né deve, trovare giustificazioni di sorta. Chiedo, quindi, che al più presto, si individui una location dell’ufficio adeguata, in linea, peraltro, con le normative vigenti in materia di allocazione di uffici pubblici in sedi senza barriere architettoniche. Basta con l’insensibilità delle istituzioni! Basta con queste decisioni che sono un insulto vero e proprio a chi vive con difficoltà motorie».  

fonte:http://www.osservatoriooggi.it/

sabato 3 novembre 2012

Storie di Francesca, Rodolfo e Giulia


Sagomine blu e celesti in circolo che escludono una sagomina arancioneIn una società dove occuparsi delle persone con disabilità sembra quasi sia considerato “un lusso”, le storie di Francesca, Rodolfo, Giulia e dei loro genitori costituiscono purtroppo una condizione comune alle famiglie che hanno al loro interno un figlio disabile, storie tenute insieme da un cemento che sin troppo spesso si chiama solitudine, rassegnazione, abbandono.
Luisa è la mamma di Francesca, una bimba di 8 anni che frequenta la scuola primaria. Tutte le mattine Luisa accompagna la sua bambina a scuola dopo le 9 e va a riprenderla alle 11 in punto. A Luisa è stato chiesto dalla scuola di “collaborare”, perché Francesca non può stare in classe senza insegnante di sostegno e/o senza assistente specializzato. E Luisa, d’accordo con il marito, ha scelto di collaborare.
Rodolfo, 20 anni, è alto quasi due metri e ha gli occhi profondi e trasparenti come lo smeraldo. Tutti i giorni il papà lo accompagna in un semiconvitto dove Rodolfo trascorre il suo tempo insieme ad altri ragazzi disabili. Nessuno ha mai potuto chiedere a Rodolfo come si trovi e cosa faccia nel Centro Diurno, anche perché non avrebbe ottenuto risposta. I suoi genitori raccontano di un enorme stanzone con dentro una decina di ragazzi che, seduti per terra, stracciano pezzetti di giornale per intere ore.
Giulia ha compiuto 12 anni e le sue gambe stanno diventando più lunghe. A causa infatti di una capricciosa malattia genetica, Giulia cammina poco e male e dev’essere costantemente sorretta nella postura. La mamma ha da oltre cinque mesi fatto richiesta alla scuola e all’ASL di un banchetto che possa accogliere la sua bambina. Senza ottenere risposta.
Queste tre storie sono purtroppo lontane dal rappresentare una eccezione, esse costituiscono bensì una condizione comune alle famiglie che hanno al loro interno un figlio disabile. Sono vicende apparentemente diverse, con soggetti istituzionali differenti: la scuola, l’ASL, i centri convenzionati, ma tenute insieme da un cemento che si chiama solitudine, rassegnazione, abbandono.
L’aspetto che più sconcerta è che spesso gli attori coinvolti – insegnanti, funzionari , operatori specializzati – non avvertono minimamente la cupa disperazione dei genitori e alle famiglie capita sovente di ascoltare discorsi come quello del dirigente scolastico che invoca “collaborazione” o del responsabile del semiconvitto, che ostenta un malcelato disappunto alle richieste dei genitori. Per non parlare dell’Amministrazione Comunale o dell’ASL, che ripete come un disco stonato la litania della mancanza dei fondi per i disabili. Sembra quasi che occuparsi dei disabili debba essere considerato un lusso per una società che ha – con tutta evidenza – capovolto le sue priorità.
In questo tempo abitato da turpi e grevi personaggi ai quali abbiamo affidato l’amministrazione della politica, appare sempre più difficile riprendere il racconto di Luisa, Rodolfo e Giulia. E allora perché meravigliarsi se l’indignazione appare come un residuo antico e la rassegnazione prende il sopravvento?
Nessuno dei ragazzi disabili potrà mai indignarsi per tutto quello che non esiste, nessuno potrà mai indignarsi per quello che gli viene negato. Noialtri, però, una possibilità ce l’abbiamo e forse dovremmo partire proprio da quella scuola, da quel semiconvitto e da quel banchetto che non c’è, per restituire dignità alla nostra comunità. E alla politica.

fonte:http://www.superando.it/

mercoledì 31 ottobre 2012

Il «condominio orizzontale», case popolari a prova di carrozzina


Il «condominio partecipato» di via Bovi Campeggi a BolognaBOLOGNA - Carlo, 51 anni, web designer, ci vive dal 2009. E ultimamente anche la sua compagna abita con lui. «Ho sempre vissuto da solo perché, lavorando, mi sono sempre potuto permettere di pagare un affitto – dice –. Trovo che l’indipendenza sia una cosa normale. Infatti, subito dopo la maturità, ho lasciato i miei genitori per trasferirmi da Sassuolo a Bologna. Ma da quando sono in questo condominio ‘adattato’ la mia vita è radicalmente cambiata: apro e chiudo la porta con il telecomando e posso uscire di casa senza l’aiuto di nessuno. Dove abitavo prima, invece, l’ascensore era troppo piccolo per la carrozzina e dovevo sempre farmi venire a prendere da qualche amico».
CarloAUTONOMIA - Salvina invece ha 57 anni, vive con la pensione d’invalidità, e dopo 12 anni di permanenza in una struttura protetta per disabili ha voluto riottenere la sua autonomia. «Non mi trovavo più bene in quella condizione – racconta –. Ora è tutta un’altra musica: non ho orari né regole; la mattina resto a letto fino a tardi e non vado mai a dormire prima di mezzanotte». Con lei abitano il cane Chiffy e la badante straniera con la figlia di 9 mesi. «Sanaa e la sua piccola sono come una famiglia per me: l’anno scorso mi hanno portata in Marocco a conoscere i loro parenti e quest’estate faranno lo stesso». Poi c’è Luciano, 59 anni, separato, quello che organizza le grigliate. Ha perfino comprato il barbecue. La sua è una storia un po’ diversa perché ha una disabilità acquisita e non congenita. «Prima dell’ictus avevo un’attività autonoma e una casa. Dopo mi sono ritrovato con una semi paresi e non più in grado né di lavorare né di pagare l’affitto. Ora vivo qui e ho una borsa lavoro all’ospedale Bellaria: la mia seconda vita, quella da persona disabile, mi ha fatto scoprire un mondo nuovo e una serenità che non avevo mai provato», commenta.
SalvinaALLOGGI ERP - Storie di ordinaria quotidianità nel «condominio partecipato» - si chiama così - di via Bovi Campeggi a Bologna. Una palazzina su due piani completamente accessibile dentro e fuori, compresi il giardino e il parcheggio, fatta di otto piccoli appartamenti automatizzati (di cui due monolocali) di proprietà del Comune e abitati da altrettanti inquilini disabili. La particolarità dell’edificio, infatti, è proprio quella di essere una casa popolare a cui si accede in base ai criteri di edilizia residenziale pubblica ma su segnalazione dei servizi sociali dell’Asl. Al piano terra ci sono gli alloggi, mentre il primo piano è destinato alla casa del portiere, Salvatore, ipovedente, un ex «scugnizzo» che ha dovuto prendere la licenza media e imparare a usare il pc per poter ricoprire quel ruolo. Un bel risultato, considerando che nel 2000 «abitavo a Napoli ed ero disoccupato. Qui ho trovato una borsa lavoro e un alloggio pubblico dove vivo con la mia compagna», dice. Completano l’edificio uno sportello di consulenza psicologica e un mini-appartamento per operatori socio sanitari dell’Ausl di Bologna; nessuno di questi due locali, però, è al servizio dei condomini (gli altri sono Ina e sua figlia autistica, Davide, Vaclav, Patrizia e Friday).
LucianoINDIPENDENZA - «Questo progetto, attivo dal 2008, si inserisce in quella logica di modelli abitativi volti a valorizzare l'autonomia e la vita indipendente delle persone con disabilità motoria ed eventualmente di un loro familiare – spiega Maria Cristina Cocchi, direttore dell’area socio sanitaria del distretto dell’Ausl di Bologna –, pur nell’idea di un contesto semi-protetto determinato dalla presenza di un portiere reperibile anche di notte e di un educatore» che però funge da amministratore condominiale e da tuttofare. Insieme al Comune di Bologna, all’Acer (Azienda casa Emilia Romagna) e all’Azienda sanitaria locale, l’altro partner del «condomino partecipato» di via Bovi Campeggi è l’Aias (Associazione italiana assistenza spastici). E se l’ultimo arrivato, grazie a una donazione fatta da privati, è un sistema di sorveglianza con telecamere a circuito chiuso per osservare l’esterno della palazzina, gli appartamenti sono sempre stati privi di barriere architettoniche e dotati di comandi automatici per il controllo degli impianti e degli infissi.
DOMOTICA – Ma l’accessibilità e l’automazione della casa, almeno all’inizio, non hanno mai soddisfatto completamente Carlo. «Gli appartamenti sono stati costruiti in maniera standard e senza l’approccio di un’edilizia partecipata. Io, ad esempio, ho dovuto adattare il bagno alle mie particolari esigenze. Inoltre, al giorno d’oggi, la domotica e le nuove tecnologie al servizio della disabilità hanno fatto enormi salti in avanti: esistono sistemi a riconoscimento vocale, gli alloggi si controllano dal pc o attraverso l’i-Phone. Sarebbe bello che anche questo condominio stesse al passo con i tempi».

fonte:http://www.corriere.it/

lunedì 29 ottobre 2012

Bologna, l'allenatore di basket Calamai: "Bello lavorare con la diversità"

Parla l'ex giocatore che da anni con l'Associazione Basket Handicap è alla guida di progetti di sport per ragazzi disabili. "Si concretizza finalmente il sogno di veder giocare ragazzi speciali accanto ai cosiddetti normali"
Calamai insieme ai suoi atleti BOLOGNA - Marco Calamai, prima come giocatore, poi come allenatore, è stato un nome importante del basket italiano. Dal 1995, lasciata l'attività agonistica, si è dedicato a progetti sportivi rivolti a ragazzi affetti da disabilità psichica. L'idea, nel corso degli anni, è poi maturata fino ad arrivare a Bologna, dove con il contributo della Polisportiva Lame, del Quartiere Navile e dell'Asl ha creato il progetto "Mi passo a te e faccio canestro", un'attività di basket che vede ragazzi normodotati giocare nella stessa squadra con quelli che Calamai chiama "i miei ragazzi speciali". "Questo progetto rappresenta il frutto più maturo della mia esperienza - dice Calamai - un sogno che finalmente si concretizza, quello di vedere questi ragazzi giocare in una squadra normale, come tutti i loro coetanei. Ci siamo riusciti, ed è un progetto partito da lontano, il cui vero zoccolo duro è rappresentato dai genitori, famiglie incredibili che credono sul serio che si possa fare qualcosa per i loro figli".
L'iniziativa va avanti già da 5 anni, e da 3 gode del contributo del Quartiere Navile. Attraverso queste attività, bambini e ragazzi, con difficoltà grandi e piccole, giocano per potenziare le proprie autonomie, governare al meglio le proprie emozioni, rinforzare la propria autostima, prolungare i tempi di attenzione e rinforzare le proprie competenze sociali con coetanei e adulti. Ma senza il sostegno delle famiglie, coinvolte attraverso una disponibilità mirata all'ascolto e al sostegno, niente di tutto questo sarebbe possibile. "Ho conosciuto delle realtà splendide - continua Calamai - Credo che questa sia un'importante iniziativa di salute e prevenzione, ed è bellissimo lavorare con ragazzi di etnie e valori diversi e vederli comunicare attraverso il pallone. Ciò dà la connotazione di cosa sia il Quartiere Navile in termini di tolleranza e integrazione e fa capire come, con gli strumenti giusti, si possano dare risposte davvero importanti".
L'attività presenta le caratteristiche classiche del gioco del basket, adattate e modificate in base alle caratteristiche dei bambini e dei ragazzi che vi partecipano. "Abbiamo a nostra disposizione uno psicologo dello sport - dice Calamai - e uno dei nostri operatori è disabile; capisce le difficoltà e sa porsi nel modo giusto con i ragazzi. Anche grazie agli operatori Asl e ad alcuni scout ci è possibile allenare circa 35 ragazzi, divisi in due turni. Il progetto è rivolto ai minori, ma fondamentalmente è aperto a tutti, con qualche piccolo privilegio per i bambini residenti nel quartiere. Ci sono voluti anni per creare una realtà così ben strutturata, e anche quando ce n'è stato bisogno, è stato difficile fermarsi a riflettere, perché i genitori continuavano a cercarci e chiederci con forza di riprendere".
Gli adulti, educatori e istruttori, hanno quindi l'occasione di incontrare, conoscere e riconoscere talenti e risorse degli allievi piuttosto che i limiti dati dalla loro diversità, abbattendo stereotipi purtroppo ancora molto radicati. "Invito tutti a venirci a trovare per vedere di persona il nostro lavoro tutti i venerdì, dalle ore 15 alle 17, presso la sede della Polisportiva Lame in via Vasco da Gama - conclude Calamai - sono molto felice che enti pubblici come Asl, Comune di Bologna e Quartiere Navile sposino dei principi che sento miei da molto tempo. È la dimostrazione che la passione fa sempre la differenza".

fonte:http://www.superabile.it/

venerdì 19 ottobre 2012

Stato sociale tartassato

I toni sono durissimi. Il mondo del terzo settore, delle cooperative sociali e dell’associazionismo insorge compatto. Perché le bozze della legge di stabilità tratteggiano un scenario di nuovi, durissimi colpi ai danni delle fasce più deboli del Paese: famiglie, disabili, anziani, infanzia. Tra i colpi "sotto la cintura" c’è l’aumento dell’Iva dal 4 al 10% (e presto all’11) per le prestazioni socio-sanitarie, gli assegni di invalidità e indennità di accompagnamento che finiscono nell’imponibile Irpef, la stretta sui permessi previsti della legge 104 per i lavoratori pubblici che assistono parenti disabili. Troppo, anche per chi è abituato a tenere duro. Forum del Terzo Settore, Alleanza delle cooperative sociali, Cnca parlano di «attacco insensato» al welfare e di «salasso da mezzo miliardo per asl, comuni e famiglie». La Cgil parla di «mostruosità che toglie il respiro». Il cartello «Cresce il welfare, cresce l’Italia» - che raccoglie tra gli altri Fish, Anpas, Arci, Gruppo Abele, Jesuit social networ, Legacoopsociali, Uisp - conferma la protesta già indetta davanti a Palazzo Chigi per il 31 ottobre, ora carica di ulteriori motivazioni.

Andrea Olivero, portavoce del Forum del terzo settore, è molto preoccupato: «Aumentare l’Iva di 6 punti sulle cooperative sociali di tipo "A" che si occupano di infanzia, anziani, assistenza domiciliare, disabilità, tossicodipendenza – dice – significa impedire la prosecuzione delle attività e minare profondamente il welfare della sussidiarietà. Massacrando un tessuto produttivo e mettendo a rischio molti posti di lavoro». E tutto per «un gettito finanziario di entità assai modesta». Per domattina è convocato il coordinamento del Forum: «Se non arriveranno risposte, assumeremo decisioni forti».

Concorda Giuseppe Guerrini, presidente di Federsolidarietà e portavoce dell’Alleanza delle cooperative sociali, 9 mila cooperative, 5 milioni di utenti, 340 mila posti. «Il welfare è uno dei settori che ha fatto più sacrifici – dice – e ora dalle sforbiciate si passa a un aggravio diretto per utenti e famiglie. Si rischia il karakiri». L’aumento dell’Iva «rappresenta una falsa entrata per lo Stato, perché non ci sarà un aumento del gettito, ma meno posti negli asili, nei nidi, nelle Rsa per gli anziani, tagli all’assistenza dei disabili e domiciliare, meno ore nei centri diurni». Quando invece gli investimenti nel welfare «sono anche un volano di crescita occupazionale». Guerrini ricorda che «le Asl sono già alle prese con la riduzione del budget del 5% per il 2012 e si parla del 10% per il 2013. Si aggiunge così in modo surrettizio un ulteriore taglio perché Comuni e Asl non hanno risorse per coprire l’aumento dell’Iva. Di fatto, il taglio di servizi nel 2013 sarà complessivamente del 20»%.

«L’aumento dell’Iva suona come un colpo di grazia al welfare del Paese – ragiona Paola Menetti, presidente di Legacoopsociali – con un aggravio di ben 510 milioni di euro che si ripartirebbero per il 70% sulla pubblica amministrazione, cioé Asl e comuni, e per il 30% sulle famiglie. L’effetto? Una drastica riduzione dei servizi». Semplicemente «odioso», infine, il giro di vite sui permessi della legge 104, dice don Luciano Zappolini, presidente del Cnca (Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza).

fonte:http://www.avvenire.it/

Disabili in ospedale. La denuncia di una mamma: "La situazione è disastrosa"

Marina Cometto, madre di una donna di 38 anni con gravissima disabilità e fondatrice dell'associazione Claudia Bottigelli racconta le disavventure: "Due medici si rifiutarono di prendere in cura mia figlia, disabile grave, uno le negò visite a domicilio". In Pronto soccorso problemi di accesso, comunicazione e privacy.
ROMA - Incapacità di comunicazione, mancanza di privacy, inadeguata competenza del personale medico e sanitario: sono solo alcune delle gravi criticità che il sistema ospedaliero italiano - oggi sotto i riflettori della cronaca - riserva ai pazienti disabili. A raccontarci la sua esperienza è Marina Cometto, mamma di una donna di 38 anni con gravissima disabilità e fondatrice dell'associazione Claudia Bottigelli. "Quando mia figlia era più piccola e avevamo poca esperienza - ricorda Marina - ci recavamo molto spesso nelle strutture ospedaliere o in pronto soccorso: la sua patologia è complessa e il supporto sanitario è fondamentale per offrirle almeno la possibilità di vivere senza dolore fisico e per scoprire per tempo le possibili complicanze. Negli ultimi anni i ricoveri sono perlopiù programmati e mediamente una volta all'anno passiamo qualche giorno in ospedale per le visite ambulatoriali e gli esami preventivi".
Sta emergendo in questi giorni l'inadeguatezza degli ospedali italiani nell'accoglienza e la cura dei pazienti: qual è la sua esperienza?
E' disastrosa la situazione dell'accoglienza e della cura negli ospedali per i pazienti con esigenze particolari come le persone con disabilità. C'è innanzitutto un problema di accesso: negli ospedali pubblici torinesi, per esempio, non ci sono quasi mai sollevatori per disabili, e quando ci sono non sempre gli operatori sono in grado di farli funzionare. Capita spesso che persone disabili vengano sottoposte a esami non validi perché effettuati seduti in carrozzina, non essendoci i sollevatori per spostarli dalla carrozzina alla barella.
Quali sono le altre criticità?
Per prima cosa, la comunicazione: quando un paziente ha difficoltà o assenza di comunicazione verbale, è necessario che i medici si affidino all'esperienza del care-giver. Purtroppo spesso questo non accade e bisogna imporsi con forza per far capire che chi non parla o non si lamenta non è perché non ha dolore, semplicemente ha un altro modo per dimostrarlo: può essere un irrigidimento, un aumento delle crisi epilettiche, un batter di ciglia, un rilassamento insolito. Poi c'è il problema della privacy: se devo cambiare il pannolone a mia figlia in Pronto Soccorso, lo devo fare davanti a tutti. E infine c'è un grande problema di competenze.
Qualche esperienza significativa?
Anni fa ho accompagnato Claudia al pronto soccorso perché secondo me aveva dolore: si irrigidiva, non voleva mangiare, era seria. L'hanno messa in barella in attesa della visita, con codice verde. Dopo mezz'ora di attesa ho sollecitato e mi è stato detto non è grave. "Mi scusi - ho chiesto all'infermiere - come fa a capire se è grave se lei non è i grado di spiegarsi? Non sarà grave, ma è un caso urgente, perché solo con gli esami diagnostici potrete capire cos'ha". Dopo una radiografia all'addome, mi hanno detto che probabilmente erano calcoli alla cistifellea: le hanno dato un calmante e mi hanno spiegato che saremmo rimaste in P.S. tutta la notte, con Claudia sulla barella, senza neppure un lavandino per lavarmi le mani prima di cambiarle il pannolone, senza un cuscino per sollevarle un po' la testa e darle da bere. Ho firmato e l'ho portata a casa. Il giorno seguente ho telefonato a un Centro diagnostico privato per fare un'ecografia: hanno confermato i calcoli, aggiungendo che doveva essere operata con urgenza. E' stata operata in un ospedale convenzionato, perché le stanze erano a due letti con bagno attiguo, che è per noi fondamentale. Ci sono state complicazioni e siamo rimaste in ospedale quasi 1 mese. Dico "siamo", perché noi ci ricoveriamo in due, visto che nessun ospedale, pubblico o privato, è in grado di offrire l'assistenza necessaria a persone con gravissima disabilità come Claudia, per cui io sono la sua ombra!
Come si relazionano i medici, nei loro studi o negli ospedali, con i pazienti disabili?
Nessuno cura volentieri una persona con disabilità complessa, vista la grande responsabilità che comporta: triste dirlo, ma è così. Non c'è capacità né volontà di dedicare più attenzione a questi pazienti. Un esempio? Alcuni anni fa, ho deciso di cambiare il medico di base, perché con il nostro avevamo avuto problemi per le visite domiciliari per noi fondamentali. Mi sono recata presso un primo studio medico, ho aspettato il mio turno, ho chiesto al medico se aveva posti disponibili e mi ha risposto di sì. Quando però gli ho spiegato di Claudia e delle sue necessità ha detto di no. Sono andata da un altro medico sempre in zona, stesso iter e spessa risposta, a questo punto sono andata all'ASL ho chiesto del medico capo: ho raccontato ciò che ci succedeva e ho chiesto che un medico me lo cercassero. La dottoressa ha telefonato e fatto la richiesta, che ovviamente è stata accettata. Questo medico ha messo Claudia in Apd (assistenza domiciliare programmata), cioè visite di routine a scadenza fissa. Ho segnalato la mia storia alla Regione, ma il medico che ci negava le visite a domicilio è ancora al suo posto.
Di quali attenzioni avrebbero bisogno le famiglie come la vostra, da parte degli ospedali?
Credo che bisognerebbe prevedere per le persone con disabilità, specie quelle complesse, un percorso dedicato, che dovrebbe disporre di almeno una stanza in P.S in cui il paziente con il suo accompagnatore possano essere assistiti con maggior attenzione e con i servizi necessari. Molte persone con disabilità, infatti, devono fare i cateterismi, cambiare il pannolone e l'igiene è fondamentale. Invece, la prassi prevede tutt'altro: legare certe tipologie di pazienti ai letti, o somministrare tranquillanti per farli dormire.

fonte:http://www.superabile.it/

giovedì 18 ottobre 2012

Carrozzine e protesi, solo modelli «vecchi»

MILANO - Respiratori, carrozzine, deambulatori, materassi anti-decubito e tanti altri ausili e protesi: sono essenziali per i pazienti e quindi garantiti dal Servizio sanitario nazionale. Il loro elenco è contenuto nel Nomenclatore tariffario, che però è fermo a 13 anni fa (Decreto n. 332/99 del Ministero della Salute). Da allora, infatti, non è stato più adeguato, sebbene quella stessa norma preveda un suo aggiornamento periodico "con cadenza massima triennale". Ora è arrivato l'ennesimo rinvio da parte della Commissione Affari sociali della Camera, dove si sta discutendo il Decreto legge "Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute". «Dopo anni di attesa, l'aggiornamento del Nomenclatore tariffario è rimandato a maggio 2013, cioè alla prossima legislatura, nonostante le sollecitazioni dei pazienti» commenta Tonino Aceti, responsabile del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici di Cittadinanzattiva, che martedì presenterà a Roma il Rapporto sulle politiche della cronicità, con un capitolo dedicato all’assistenza protesica (GUARDA).
CARENZE - «Nel frattempo, i malati sono costretti a usare dispositivi spesso obsoleti e, per avere ausili innovativi e adeguati, devono pagare la differenza di costo rispetto alla tariffa prevista per quelli presenti nel Nomenclatore» sottolinea Aceti. Nell'attuale Nomenclatore, poi, non rientrano alcuni ausili. «Mancano, per esempio, i comunicatori a comando oculare per i malati di Sclerosi laterale amiotrofica, finora erogati solo grazie a fondi stanziati ad hoc — dice Pietro Barbieri, presidente della Federazione italiana superamento handicap — . Altro problema: mancano controlli sulla qualità dei prodotti da parte di un organismo preposto, come per esempio avviene sui medicinali da parte dell'Agenzia italiana per il farmaco». Già, la qualità. Non si tratta di avere protesi agonistiche come quelle utilizzate dai campioni paralimpici, ma ausili che consentirebbero a chi ha una disabilità di condurre una vita il più possibile autonoma. Invece, riferisce Aceti: «Soprattutto nelle Regioni sottoposte a piani di rientro, le Asl non riescono a fornire nemmeno i dispositivi previsti dal vecchio Nomenclatore tariffario». «Si risparmia addirittura sulla qualità di pannoloni, cateteri e sacche per la stomia — fa notare Giuseppe Sciacca, presidente della Fais (Federazione che riunisce le Associazioni di incontinenti e stomizzati) —. E in questi casi non stiamo cerco parlando di "innovazione tecnologica", ma del diritto di questi pazienti a condurre una vita dignitosa».
LINEE GUIDA - «Le Asl fanno gare di appalto al massimo ribasso per risparmiare, ma a volte forniscono prodotti peggiori a costi più alti — aggiunge Alessandro Giustini, membro della Società italiana di medicina fisica e riabilitazione (Simfer) —. Un esempio: carrozzine che arrivano in container dall'Estremo Oriente sono vendute allo stesso prezzo di quelle prodotte nel nostro Paese, pur avendo metalli e tessuti scadenti». In attesa dell'aggiornamento del Nomenclatore tariffario, gli esperti stanno mettendo a punto Linee guida su come condurre gare di appalto per offrire dispositivi di migliore qualità a costi contenuti. «Le presenteremo a fine ottobre al Congresso della Simfer — anticipa Giustini —. Alla loro stesura hanno partecipato, oltre a noi fisiatri, i rappresentanti del Ministero della Salute, delle Regioni, della Consip (l’Agenzia che controlla gli acquisti della Pubblica amministrazione, ndr) e del Centro studi e ricerche sugli ausili tecnici di Confindustria (costituito da medici, pazienti, produttori, tecnici, ortopedici)».

fonte:http://www.corriere.it/