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Ilaria

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giovedì 22 novembre 2012

L’inganno sugli Opg più piccoli ma uguali

Nel marzo del 2013 chiuderanno gli attuali ospedali psichiatrici. ma riapriranno strutture del tutto simili sparse nelle Regioni
Una certezza in un mare di dubbi. La certezza è una data fissata per legge: il 31 marzo 2013, giorno in cui dovranno chiudere gli Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari. I dubbi invece sono quelli del mondo del volontariato, dei medici e delle associazioni sul dopo. Un dubbio che diventa anche timore per chi tutti i giorni dedica il suo tempo per cercare di trovare soluzioni al problema delle quasi 1500 persone che vivono nei sei ospedali psichiatrici d’Italia. «Non vorremmo che dagli Opg si passasse ai manicomietti dice Stefano Cecconi, del coordinamento nazionale Stop Opg e dirigente nazionale Cgil perché a oggi non si sa ancora bene cosa possa accadere. Ma soprattutto sembra abbastanza difficile poter attuare la norma del febbraio 2012». Quella legge varata dopo l’inchiesta portata avanti dalla commissione parlamentare guidata da Ignazio Marino sui sei ospedali psichiastrici d’Italia.
Un’indagine che aveva messo a nudo un mondo ai più sconosciuto, ma drammatico. Quello dei cosiddetti «ergastoli bianchi scontati da persone con invalidità o altri problemi che», usando le parole di Alessio Scandurra, dirigente dell’associazione “Antigone” e componente dell’Osservatorio nazionale, «sarebbero dovute stare altrove». «Negli Opg abbiamo trovato persone ricoverate da quasi trent’anni spiega Cecconi e succede perché dopo due anni di permanenza in Opg c’è la cosiddetta revisione. Se però non c’è una struttura esterna che si fa carico della persona che finisce dentro, allora si proroga; e di proroga in proroga passano gli anni». Oggi, a sentire il sindacalista, qualche piccolo movimento sembra esserci stato. «In questo periodo ci sono state alcune dimissioni e qualcosa si è mosso in qualche centro aggiunge ma è sempre poco, troppo poco». Quanto al futuro: «C’è anche la paura che un’eventuale accelerazione possa portare a un’altra cosa argomenta Cecconi -: la messa a disposizione nelle regioni di piccoli manicomietti destinati a 30, 40 persone, senza pensare invece a soluzioni alternative».
Un problema che Roberto Loddo, portavoce del «Comitato Stop Opg» della Sardegna, ha messo anche nero su bianco in una lettera aperta inviata il 29 settembre alla Regione e agli altri rappresentanti delle Istituzioni. «Gli attuali Opg dovrebbero chiudere entro marzo 2013, ma l’attenzione sembra solo concentrata sull’apertura delle strutture residenziali sanitarie «speciali», molto simili agli ospedali psichiatrici (mini Opg) scrive : rischiamo di ritrovarci con numerosi piccoli manicomi disseminati nelle diverse regioni, compresa la Sardegna». Proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni, il «Comitato Stop Opg» Sardegna ha deciso di promuovere dal 10 novembre al 10 dicembre un’iniziativa al giorno. «Ci sarà un appuntamento quotidiano con testimonianze di persone provenienti da tutta l’Italia spiega proprio per far sì che tutti possano conoscere questo mondo, e questi problemi». Per Luigi Manconi, dell’associazione «A Buon Diritto», «la norma era indispensabile e indifferibile anche perché lo stato degli Opg era, se possibile, peggiore di quello delle carceri». Ricordando le difficoltà che si incontrano quando si interviene per visitare strutture come gli Opg, Manconi spiega anche che «come si temeva non è stato fatto quanto necessario perché il trasferimento degli internati in strutture degne potesse avvenire in tempi previsti». Quindi l’affondo: «Alcune riforme sono costose.
Sembra però che quelle che riguardano i gruppi sociali più deboli producano un atteggiamento di avarizia persino più gretto di altre». Quanto sia faticoso lavorare in questo settore lo sa bene don Giuseppe Inzana, sacerdote e presidente dell’associazione «Casa di solidarietà e accoglienza» a Messina. Nella sua Comunità ospita giovani che sono passati anche all’Opg. Ogni giorno fa la spola dalla Comunità all’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, dove da quasi trent’anni fa il cappellano. Don Inzana è uno di quelli che hanno aperto le porte ai pazienti degli Opg e spianato la strada per una vita alternativa alle mura di un ospedale psichiatrico giudiziario.
«Tempo fa abbiamo seguito il caso di un uomo della Lombardia racconta lo presero perché venne trovato senza carta di identità. È arrivato dentro l’ospedale giudiziario ed è rimasto per un po’ di tempo». Poi? «C’è stata un nostro interessamento con il dipartimento di salute mentale del suo distretto e alla fine siamo riusciti a inserirlo in un progetto individualizzato». C’è una cosa che non piace a don Inzana, che fa parte del comitato Stop Opg. «Contestiamo la legge che vuole fare le strutture nel bosco. Chiediamo che siano in centro, dove si vive. Pensate che quando accompagnavamo un ragazzo a lavorare alle 4 del mattino avevamo una vicina che ogni giorno si affacciava per salutarlo». Non è ottimista Patrizio Gonnella, presidente di «Antigone». «Cosa succederà al 31 marzo? Secondo me in questo momento non lo sa nessuno spiega -, tutto è proceduto con estrema lentezza. Quella era una legge che aveva una minima copertura finanziaria». E oggi? «Mancano decreti attuattivi. Ci potrebbero poi essere due possibilità: che a gennaio venga prorogato il termine di chiusura oppure, che venga utilizzato per gli Opg il sistema del project financing , per la realizzazione e funzionamento di strutture private».
Emilio Lupo, psichiatra napoletano e responsabile nazionale di «Psichiatria democratica» non usa giri di parole. «Ho grandi preoccupazioni dice -, sono convinto che si arriverà alla fine dell’anno e nel milleproroghe si mette pure questo, ossia si farà ritardare la chiusura degli Opg».
Per l’esponente di «Psichiatria democratica» il problema va affrontato in tempi rapidi e in maniera pragmatica. «Sino a oggi si sono fatti tavoli e tavolini di discussione; ora è necessario agire. Ho fatto anche una proposta che prevede la costituzione di un ufficio di dismissione a tempo e a costo zero con funzionari del ministero della Salute e della Giustizia in cui si coordinano gruppi di lavoro regionalizzati». Per Emilio Lupo è necessario «pensare alle persone» perché «molto spesso negli Opg ci stanno uomini e donne che dovrebbero stare altrove. Uno che è finito dentro per oltraggi o resistenze dovrebbe andare da un’altra parte. Perché chi entra nell’Opg, spesso, finisce per scontare il cosiddetto ergastolo bianco».

fonte: http://www.news-forumsalutementale.it/

mercoledì 21 novembre 2012

Malati di Sla, il ministero raddoppia i fondi. "Sospendiamo lo sciopero della fame"

comitato 16 novembre
"L'invito e' a non drammatizzare la situazione e a fidarsi di Governo e Parlamento che non li lasceranno soli". Renato Balduzzi, ministro della Salute, risponde cosi' alle proteste dei malati di Sla che manifestano al ministero dell'Economia contro i tagli ai fondi per la non autosufficienza.
"A tutti i malati che stanno portando avanti lo sciopero della fame, prego di interromperlo. Abbiamo ricevuto delle risposte. Il Senatore Ignazio Marino si preso personalmente carico di parlare con il Ministro Balduzzi. Ha ammesso insieme al Sottosegretario Polillo che i 200 milioni sono una cifra inconsistente". Lo ha detto Mariangela Lamanna, vicepresidente del comitato di malati di Sla '16 settembre', dopo l'incontro con il sottosegretario Polillo al Ministero dell'economia.
LA CRONACA DELLA GIORNATA
Arrivano a Roma da diverse parti d’Italia, i disabili gravi e gravissimi, malati di sclerosi laterale amiotrofica e non solo, che si ritrovano nel Comitato 16 novembre. Determinati più che mai a “non accettare elemosine” e ad ottenere quello che, come ribadiscono, è un diritto costituzionale: il diritto all’assistenza, ad un’assistenza dignitosa. A un mese esatto dall’inizio della loro mobilitazione ma non del loro calvario, è previsto prima il presidio davanti al ministero dell’Economia. Per chiedere almeno 400 milioni di euro, “il minimo per un’assistenza dignitosa – ribadisce la dottoressa Mariangela Lamanna portavoce del Comitato, raggiunta in questi minuti al telefono -: cioè, 16mila euro in casa contro i 70-90 mila per l’assistenza nelle strutture”.
VOGLIAMO DIRITTI O CI LASCIAMO MORIRE - E davanti al ministero non sono intenzionati a scendere a compromessi. I malati costretti a stare attaccati ad apparecchiature elettromedicali andranno in piazza solo con i respiratori, senza le batterie di ricambio e senza ambulanze. “O usciamo con 400 milioni e l’impegno preciso e blindato del governo, o saluteremo tutti, chi in un modo chi nell’altro” dice Lamanna, a confermare le parole del segretario del Comitato Salvatore Usala, che proprio ieri aveva scritto: “Per meno di 400 milioni finalizzati per le gravissime disabilità secondo l'incidenza, ci lasciamo morire. Vogliamo diritti, non vogliamo vivere a tutti i costi una vita indegna”. Cosa si aspettano accad, quali reazioni da parte del governo? “Ci offriranno 300mila euro e noi rifiuteremo”, risponde senza esitazione Lamanna.

Uno degli ultimi contatti con il governo, in queste ore concitate, è stata la telefonata del dottor Patacchia, della segreteria del ministro alla Salute Balduzzi, alla dottoressa Lamanna: “Noi siamo pronti, vi aspettiamo il 21, qualcosa in più l’abbiamo recuperato”. “Ma se hanno fatto una colletta ministeriale – commenta la rappresentante del Comitato - e ci offrono elemosina, noi rispondiamo che l’elemosina non la vogliamo”.

LO SCIOPERO DELLA FAME - Intanto, chi fa lo sciopero della fame già da settimane è molto debilitato. “Stanno male, si verificano scompensi glicemici, i respiratori vanno in tilt”. Sono continuamente monitorati e vengono somministrate soluzioni integrative a base di glucosio. In particolare uno dei malati ha intrapreso lo sciopero totale della fame ed è fortemente intenzionato a intraprendere anche quello delle medicine e dei liquidi: “Da giorni stiamo pregandolo di aspettare almeno fino a domani”. Quante persone si ritroveranno davanti al ministero domani non è facile prevederlo. Si sa che le adesioni sono tantissime, che gente si sta muovendo da tutta Italia. “Dalla Puglia, ad esempio, da dove arrivo io, abbiamo prenotato un intero albergo”, dice Lamanna.
"NON E' IMPOSSIBILE TROVARE I SOLDI" - I malati di Sla chiedono al governo che nella Legge di Stabilità si stanzino risorse adeguate per garantire l'assistenza dei disabili non autosufficienti. In mancanza di risposte certe e immediate, minacciano di lasciarsi morire per mancanza di ossigeno. A loro voglio rivolgere un appello accorato affinchè non portino la sacrosanta protesta a conseguenze estreme e imprevedibili. Siamo dalla loro parte e, come abbiamo già fatto alla Camera, al Senato ci batteremo affinche' questi diritti fondamentali siano garantiti". E' quanto scrive, in un articolo sul quotidiano Europa, il vicepresidente del Senato Vannino Chiti in riferimento alla protesta dei malati di Sla. "Il 'Comitato 16 novembrè - prosegue Chiti - chiede che il fondo venga quantomeno raddoppiato, portandolo a 400 milioni. Trovare la copertura per stanziare ulteriori 200 milioni non è un compito impossibile, se rapportato al complesso della Legge di Stabilità, senza ovviamente modificare gli equilibri finanziari già fissati. Il risanamento è indispensabile, ma non si realizza colpendo chi è piu' debole e indifeso".

fonte:http://affaritaliani.libero.it/

giovedì 25 ottobre 2012

Anziani, malati e disabili: a Bari assistenza domiciliare pari a zero

BARI – Ospedali chiusi, medici di famiglia che aspettano di organizzarsi e una popolazione di anziani e bisognosi di cure che non sa a quale santo rivolgersi. Quanto scritto sulla Costituzione sul diritto alla salute e spesso sventolato resta purtroppo un sogno: parliamo dell’assistenza domiciliare integrata, quella forma di terapia domiciliare che servirebbe a evitare stress ai pazienti e soprattutto realizzare quei tanto attesi risparmi fino a questo momento concretizzati con il taglio degli ospedali.
Bari, purtroppo, come emerge dai dati del Ministero della Salute (riferiti all’anno 2010) è fanalino di coda nella Regione con appena lo 0,7% di assistenza domiciliare integrata (Adi) erogata rispetto a una popolazione ultra 65enne stimata in oltre 220mila unità. Una percentuale che arriva all’1,8% nella sola Puglia, rispetto a una media nazionale del 4,2%. Inutile il raffronto con l’Emilia Romagna, regione con cui spesso si fa un confronto avendo una popolazione vicina alla nostra, dove l’assistenza domiciliare integrata tocca una media dell’11,6%. Tre volte la Puglia. Facendo un paragone con Bologna, il capoluogo emiliano ha una percentuale pari a poco più del 14%, cioè 15 volte il dato di Bari.
Nel centro-nord, con tali politiche territoriali, riescono a far quadrare i conti anche se – va detto per amor di verità – l’Emilia Romagna chiude i conti della sanità in attivo grazie proprio alla mobilità attiva, cioè a quegli «immigrati» della salute che ogni anno le regalano centinaia di milioni di euro. Al netto della mobilità, infatti, la Puglia non avrebbe nulla da rimproverarsi in termini di gestione: come emerge dai dati della Corte dei Conti, i risultati finanziari della regione del centro-nord sono peggiori di quelli pugliesi. Inutile avventurarsi nella ricerca di spiegazioni sul dato finale positivo della regione di Vasco Errani che potrebbero andare dalla presenza del privato (in Emilia Romagna c’è il doppio di posti letto rispetto alla Puglia che contribuiscono ad accrescere l’attrattività, come da studio Confindustria) a una cultura di territorialità grazie ai programmi della medicina di base e così via.
L’assistenza domiciliare integrata, in tale contesto, rappresenta uno degli elementi che ancora oggi è affidato alla «improvvisazione»: il nostro sistema non riesce a garantire la domanda di prestazioni che non riguarda solo la popolazione anziana (è aumentato il trend di invecchiamento della popolazione) ma anche una platea di ammalati affetti da una serie di patologie neurovegetative, oncologiche e per finire anche a quelle da trauma.
L’Asl di Bari, che ha pagato il tributo più alto in termini di chiusura degli ospedali per effetto del Piano di rientro (19 ospedali chiusi in tutta la Puglia nel tempo record di 11 mesi), si ritrova adesso a gestire un territorio che reclama un camice bianco. Prima, quegli ospedali chiusi – che rappresentavano un fardello in quanto eseguivano ricoveri inappropriati – erano comunque un avamposto sanitario, un luogo dove poter chiedere aiuto. Adesso, sono rimasti i medici di famiglia: il decreto Balduzzi prevede forme associate, ma di Case della salute se ne parla da tempo e senza risorse si non se ne fa nulla.
Nel frattempo si assiste a una mobilità di pazienti, soprattutto anziani, costretti ad affollare i posti di pronto soccorso o – come sta emergendo in questi ultimi mesi – a rivolgersi al 118 causando così un ritardo nelle prestazioni da codice rosso. Purtroppo, i tempi scanditi dai «ragionieri» ministeriali hanno imposto alla Regione scelte immediate, i cosiddetti tagli con l’accetta senza prevedere una fase di transizione. C’è da augurarsi che la situazione migliori, evitando che qualcuno tassi anche il diritto alla salute.

fonte:http://www.disablog.it/

martedì 23 ottobre 2012

Mio figlio autistico fermato come spacciatore dalla polizia


Madre accusa la polizia di violenze sul figlio autisticoUna madre accusa la polizia di Verona di aver scambiato il figlio di 19 anni, autistico, come un possibile spacciatore e di averlo portato in ospedale per controlli, ma il questore Michele Rosato difende l'operato dei suoi uomini e parla di un intervento dovuto solo alla richiesta di alcuni passanti che avevano visto il giovane molto agitato e aveva comportamenti violenti; giovane che era risultato privo di documenti o altre indicazioni relative all'eventuale suo stato di salute. Il caso, risalente al 22 settembre scorso, e' nato dal racconto fatto dalla madre, originaria del Camerun, a 'Repubblica', che cita un referto del medico di guardia dell'ospedale di Verona in cui si dice che il collega del 118 e gli agenti gli hanno posto "il problema di ingestione di ovuli".

"Una pattuglia - ha dichiarato al quotidiano il dottor Massimo Montinari, che ha in cura il ragazzo - lo ha considerato come un trafficante di droga. come e' possibile che non si siano accorti che si trattava di un ragazzo autistico?". "Non e' vero - dice oggi il questore Rosato - che il giovane e' stato sedato per trovare gli ovuli, semplicemente nelle condizioni in cui e' stato trovato non poteva essere trasportato all'ospedale ne' con l'ambulanza, ne' con l'auto della Volante".

"Siamo intervenuti in una strada di Verona - spiega - perche' un cittadino ci ha segnalato che un ragazzo di grossa corporatura aveva comportamenti violenti. Gli agenti hanno accertato che il giovane era in forte stato di agitazione, non aveva documenti e nemmeno un biglietto con indicato un numero cui rivolgersi in caso di emergenze". "La prassi - sottolinea Rosato - e' questa per chi non sta bene di salute. Quindi gli agenti diligentemente hanno allertato il 118".

"Con altrettanta professionalita' e celerita' - aggiunge - i sanitari sono intervenuti e per calmare il ragazzo che era molto agitato. Una diagnosi di autismo non e' certo possibile da fare all'istante, anche per un medico, quindi il giovane e' stato sedato e trasportato in ospedale dove sono stati fatti gli accertamenti del caso. L'aspetto medico poi lo lascerei commentare ai sanitari veronesi che sono molto competenti".

Sul piano ipotetico, il questore di Verona, rileva come "la rottura di un ovulo contenente droga" possa dare vita ad atteggiamenti caratterizzati da forte agitazione, ricordando pero' che gli eventuali accertamenti vengono compiuti dai sanitari, "sui quali noi non interveniamo". "Abbiamo personale di grande professionalità - aggiunge - impegnato 24 ore su 24 per garantire sicurezza ai cittadini". Rosato sottolinea che "c'è un rapporto di grande collaborazione con i sanitari dell'ospedale di Borgo Trento e del Policlinico".

"Devo aggiungere - spiega il questore Rosato - che il giorno dopo mi sono sentito in dovere di disporre che il dirigente delle Volanti telefonasse ai genitori del ragazzo. Abbiamo spiegato le modalità dell'intervento e che cosa era successo e ci siamo resi disponibili, qualora i genitori ed il medico curante lo ritenessero opportuno, ad aprire le porte della questura per risollevarlo dal punto di vista psicologico". "Noi abbiamo operato - conclude - in modo molto professionale, limpido e trasparente, nessuno di noi si è voluto intromettere in diagnosi".

fonte:http://www.rainews24.it/

giovedì 27 settembre 2012

Diversamente 2012: VIII edizione

La città di Padova partecipa alla "Settimana della salute mentale" ospitando una serie di appuntamenti di sensibilizzazione grazie al progetto "Diversamente". 
"Diversamente" è un progetto di prevenzione primaria attuato per l'ottavo anno dal Dipartimento salute mentale dell'Ulss 16 di Padova, in collaborazione con il Comune di Padova, gli Enti locali, le associazioni dei familiari ed il privato sociale.
Il Progetto si propone di costruire un'adeguata percezione sociale delle persone affette da patologia psichica e di rendere noto che le malattie mentali si possono curare, soprattutto se vengono individuate ed affrontate precocemente. Allo stesso tempo mira a creare una cultura della accettazione e della solidarietà attiva nei confronti di chi è psichicamente sofferente.


L'iniziativa è patrocinata dal Comune di Padova, dal Consiglio di quartiere 4 Sud-Est, dal Consiglio di quartiere 5 Sud-Ovest, dalla Provincia di Padova e della Regione del Veneto.

Quando

Appuntamenti dal 21 al 30 settembre 2012.

Fonte:http://www.padovanet.it