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Ilaria

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giovedì 29 novembre 2012

Rapinò un disabile e picchiò la badante ma pesa 200 chili e non andrà in carcere


VENEZIA - É stato condannato a 4 anni e 8 mesi per aver rapinato un settantenne disabile e picchiato la sua badante. Ma con ogni probabilità Claudio Frison, 45enne di Mira (Venezia), che aveva già accumulato vari anni per altre condanne, non finirà in carcere, a causa delle sue precarie condizioni di salute, più volte giudicate incompatibili con la detenzione: pesa oltre 200 chili e soffre di gravi patologie. Il suo difensore, l’avvocato Andrea Faraon, ha già annunciato che chiederà la grazia.

Il processo, per questo episodio particolarmente odioso, si è tenuto ieri, con rito abbreviato, davanti al giudice per l’udienza preliminare, Daniela Defazio. A rappresentare l’accusa il pm, Carlotta Franceschetti, che aveva chiesto una pena leggermente inferiore: 4 anni, 3 mesi e 3.000 euro di multa. Per la condanna ha insistito anche l’avvocato Mario Allegra, di Vicenza, che si è costituito parte civile per il disabile e la sua badante. Il giudice ha inflitto 4 anni, 8 mesi e 2.000 euro, condannando Frison anche al pagamento delle parte civili, fissando una provvisionale di 5.000 euro per la donna picchiata e 1.500 per l’anziano disabile.

Il fatto risale all’agosto del 2010. Frison, con un complice, entrò nella casa di Zelarino dove viveva l’anziano disabile, immobilizzato su una sedia a rotelle, con la badante, un’ungherese di 34 anni. Fu un’aggressione selvaggia - la donna riportò la frattura di quattro costole e la perforazione di un polmone - per un bottino di 1.800 euro, carte di credito e un bancomat. Frison venne arrestato e confessò. Venne individuato anche il presunto complice, la cui posizione, però, venne archiviata. In questi anni non è mai stato trovato un carcere in grado di accogliere Frison, le cui condizioni, nel frattempo, sono peggiorate.

mercoledì 24 ottobre 2012

Una notte da “carcerata con disabilità”

«È vero – scrive una giovane con disabilità, detenuta per una notte in un carcere ben lontano da qualsiasi concetto di accessibilità – ho sbagliato e devo pagare, ma il problema del trattamento dei disabili in carcere c’è, e non viene mai preso in considerazione da nessuno. Si tratta pur sempre di esseri umani e di persone con specifiche necessità, che non possono essere “prese e buttate” in strutture non adeguate, solo perché hanno commesso dei reati»
Carceri italiane sovraffollate, vecchie, carenti… non è una novità. E tra gli oltre 66.000 ospiti delle strutture penitenziarie ci sono anche 78 persone con disabilità (fonte: Ministero della Giustizia, aggiornamento al 15 ottobre 2012). Solo due le donne. Sempre stando ai dati del Ministero, la disponibilità di celle attrezzate copre fino a 98 persone (compresi i non autosufficienti), suddivise in 19 istituti di detenzione.
Detto così, sembra che il modello italiano funzioni. Ma solo sulla carta. Perché, ad esempio, non tutti i commissariati delle forze dell’ordine sono accessibili. Difficile accedervi per fare qualche denuncia, difficile trascorrervi la notte se si delinque.
La vicenda che raccontiamo è accaduta a Roma qualche settimana fa. Anzi, la racconta direttamente una ragazza con disabilità arrestata qualche settimana fa. Niente nomi, ovviamente, d’intesa con la ragazza, solo la storia. E qualche riflessione preventiva. Il tema non è quello della cannabis terapeutica, che in qualche Regione è in fase di sperimentazione, ma proprio quello riguardante le carceri e la disabilità.
«Ho 25 anni e sono nata disabile: sono nata con una neoplasia scheletrica, l’emimelia bilaterale agli arti inferiori (per intenderci lo stesso problema di Oscar Pistorius). Fortunatamente, sia per il buonsenso dei miei familiari, sia per la competenza di certi medici, sono riuscita, attraverso molti dolorosi interventi (il primo a 14 mesi), a recuperare le mie “zampette” e a poter camminare. Dopo una pausa nella fase adolescenziale, da circa due anni ho cominciato nuovamente un ciclo di interventi e quindi mi sono ritrovata a dover stampellare.
Scrivo perché sono indignata e arrabbiata e vorrei che questo fatto venisse alla luce, perché è davvero una vergogna. Si parla di carceri sporche, sovraffollate, ma non del fatto che siano inaccessibili.
Ebbene sì, sono stata, per una notte, una “carcerata con disabilità”. Sono stata arrestata per detenzione di stupefacenti. Il medico per i dolori mi dava Tachidol e Valium e io tra i due farmaci ho scelto la cannabis… può non essere una posizione condivisa, ovviamente, però è la sostanza con cui mi sono trovata meglio nel rapporto benefici-effetti collaterali.
Non voglio nascondermi dietro la disabilità per evitare di essere sanzionata, ma avrei voluto che si tenesse conto delle mie condizioni, cosa che non è stata fatta. Ho passato una notte in una cella sporca e maleodorante, e questo nonostante la gamba fosse ingabbiata da un fissatore esterno circolare Ilizarov: avevo delle ferite aperte. La situazione igienica era tale che la mattina dopo il Maresciallo mi ha detto di ringraziarlo di non avermi mandato nelle infermerie del carcere, perché sono molto più sporche.
Mi sono state tolte le scarpe, per via dei lacci, e mi avrebbero portato via anche le stampelle e l’elastico della tuta se non avessi protestato. L’unico bagno disponibile era quello alla turca e ho dovuto discutere non poco per poter utilizzare l’unico con il water di tutta la caserma, sempre diligentemente accompagnata da tre piantoni, casomai decidessi di mettermi a correre per scappare. Ovviamente con le stampelle…
Il giorno dopo mi hanno rimesso in cella di sicurezza in attesa del processo, lontana dal gabbiotto dei piantoni e quando li chiamavo per qualche necessità, sentivo che ridevano e mi ignoravano, fingendo di non sentire le mie grida. Come se non bastasse, la mattina dopo – durante il processo per direttissima – sono stata umiliata fortemente per la mia disabilità… dal giudice e dal pubblico ministero, che mi hanno denigrato perché in queste condizioni non mi è possibile lavorare (o meglio, non trovo lavoro da nessuna parte, anche se lo desidero molto).
Figurarsi se hanno prestato attenzione alle mie rimostranze, come il fatto che non esistevano bagni per disabili nelle strutture in cui mi hanno detenuta. Mi è stato detto che sono in torto e che se mi sono ritrovata in quella situazione è solo colpa mia. È vero, ho sbagliato e devo pagare, ma a questo punto mi pongo il problema del trattamento dei disabili in carcere, che c’è, è estremamente sommerso e non viene mai preso in considerazione da nessuno. Si tratta pur sempre di esseri umani e di persone con specifiche necessità che non possono essere “prese e buttate” in strutture non adeguate, solo perché hanno commesso dei reati. Mi vergogno un po’ a raccontare questa cosa, ma è un problema serio e non penso che vada sottovalutato, anche se mi rendo conto della sua estrema complessità».

fonte:http://www.superando.it/

lunedì 8 ottobre 2012

Carcere e malattia mentale

In Spagna, non solo 4 detenuti su 10 soffrono di gravi disturbi mentali, ma nella maggior parte dei casi ne erano affetti prima di varcare la soglia del carcere. In termini assoluti parliamo di oltre 28.000 persone su un totale di 70.472. Un esercito di pazienti-detenuti, che nella maggior parte dei casi era affetta da questa patologie prima ancora di varcare la soglia del carcere. E’ questa la scioccante realtà che emerge dal documentario “Fuori Luogo” realizzato  dalla Fundación Manantial. Col duplice obiettivo di denunciare l’assenza di adeguate cure e assistenze per questi individui e spingere giudici e avvocati a fare ricorso ai mezzi che già esistono per la diagnosi di queste malattie in sede processuale.


fonte:http://www.west-info.eu/it/