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Ilaria

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sabato 3 novembre 2012

Storie di Francesca, Rodolfo e Giulia


Sagomine blu e celesti in circolo che escludono una sagomina arancioneIn una società dove occuparsi delle persone con disabilità sembra quasi sia considerato “un lusso”, le storie di Francesca, Rodolfo, Giulia e dei loro genitori costituiscono purtroppo una condizione comune alle famiglie che hanno al loro interno un figlio disabile, storie tenute insieme da un cemento che sin troppo spesso si chiama solitudine, rassegnazione, abbandono.
Luisa è la mamma di Francesca, una bimba di 8 anni che frequenta la scuola primaria. Tutte le mattine Luisa accompagna la sua bambina a scuola dopo le 9 e va a riprenderla alle 11 in punto. A Luisa è stato chiesto dalla scuola di “collaborare”, perché Francesca non può stare in classe senza insegnante di sostegno e/o senza assistente specializzato. E Luisa, d’accordo con il marito, ha scelto di collaborare.
Rodolfo, 20 anni, è alto quasi due metri e ha gli occhi profondi e trasparenti come lo smeraldo. Tutti i giorni il papà lo accompagna in un semiconvitto dove Rodolfo trascorre il suo tempo insieme ad altri ragazzi disabili. Nessuno ha mai potuto chiedere a Rodolfo come si trovi e cosa faccia nel Centro Diurno, anche perché non avrebbe ottenuto risposta. I suoi genitori raccontano di un enorme stanzone con dentro una decina di ragazzi che, seduti per terra, stracciano pezzetti di giornale per intere ore.
Giulia ha compiuto 12 anni e le sue gambe stanno diventando più lunghe. A causa infatti di una capricciosa malattia genetica, Giulia cammina poco e male e dev’essere costantemente sorretta nella postura. La mamma ha da oltre cinque mesi fatto richiesta alla scuola e all’ASL di un banchetto che possa accogliere la sua bambina. Senza ottenere risposta.
Queste tre storie sono purtroppo lontane dal rappresentare una eccezione, esse costituiscono bensì una condizione comune alle famiglie che hanno al loro interno un figlio disabile. Sono vicende apparentemente diverse, con soggetti istituzionali differenti: la scuola, l’ASL, i centri convenzionati, ma tenute insieme da un cemento che si chiama solitudine, rassegnazione, abbandono.
L’aspetto che più sconcerta è che spesso gli attori coinvolti – insegnanti, funzionari , operatori specializzati – non avvertono minimamente la cupa disperazione dei genitori e alle famiglie capita sovente di ascoltare discorsi come quello del dirigente scolastico che invoca “collaborazione” o del responsabile del semiconvitto, che ostenta un malcelato disappunto alle richieste dei genitori. Per non parlare dell’Amministrazione Comunale o dell’ASL, che ripete come un disco stonato la litania della mancanza dei fondi per i disabili. Sembra quasi che occuparsi dei disabili debba essere considerato un lusso per una società che ha – con tutta evidenza – capovolto le sue priorità.
In questo tempo abitato da turpi e grevi personaggi ai quali abbiamo affidato l’amministrazione della politica, appare sempre più difficile riprendere il racconto di Luisa, Rodolfo e Giulia. E allora perché meravigliarsi se l’indignazione appare come un residuo antico e la rassegnazione prende il sopravvento?
Nessuno dei ragazzi disabili potrà mai indignarsi per tutto quello che non esiste, nessuno potrà mai indignarsi per quello che gli viene negato. Noialtri, però, una possibilità ce l’abbiamo e forse dovremmo partire proprio da quella scuola, da quel semiconvitto e da quel banchetto che non c’è, per restituire dignità alla nostra comunità. E alla politica.

fonte:http://www.superando.it/

lunedì 1 ottobre 2012

Professore pendolare per non tradire l’allievo


“I care”, mi sta a cuore, scriveva Don Milani all’ingresso delle scuole, a ribadire il valore di una istruzione dal volto umano. Un pensiero che deve essere passato nella testa di Marco Poli, prof. di sostegno, 39 anni, savonese, quando ieri mattina ha firmato la rinuncia a una cattedra completa, di diciotto ore, nella scuola sotto casa. Non se la sentiva, Marco Poli, di abbandonare Walter, lo studente disabile che ha seguito lo scorso anno in un lungo e ricco percorso all’Alberghiero Migliorini di Finale Ligure. Avrebbe posto fine, Marco, a dieci anni di peregrinazioni per la provincia di Savona, all’inseguimento delle svariate supplenze, se avesse accettato la cattedra di sostegno alle Guidobono, a un passo dall’abitazione. Invece, anche quest’anno, si farà una sessantina di chilometri al giorno – trenta ad andare e altrettanti a tornare – per non lasciare Walter Rosa, con cui ha instaurato un rapporto stretto, costruito nel tempo, sino a conquistarsi la sua fiducia. «Non lo potevo tradire», il commento del docente. E un’altra frase che da un po’ non si sentiva: «Quando scegli in modo cosciente questo lavoro, lo fai perché ci credi, per passione».
Quando la famiglia di Walter aveva saputo del rischio di perdere il prof. savonese era precipitata nel più profondo sconforto. Aveva scritto lettere al Ministero alla Pubblica Istruzione e al Provveditorato della Liguria, poi della Provincia, dicendo che è una vergogna che la scuola non pensi ai suoi studenti; che ignori il diritto di continuità con lo stesso docente a chi, dalla vita, ha già avuto delle privazioni irreparabili. Ma nulla avrebbe potuto impedire la libera e più che lecita decisione di Marco Poli di insegnare, finalmente, vicino a casa. Non più viaggi, non più spese, non più levatacce. Nessuno, se non la sua coscienza. «Walter – racconta il prof. – ha dovuto scontrarsi con i pregiudizi del mondo in troppe situazioni. Non solo lui ma tutta la sua famiglia ha sofferto. Non me la sentivo di lasciarlo solo. Così ho chiamato i genitori e ho detto loro di stare tranquilli, che sarei tornato al Migliorini, dal mio amico Walter». Con una promessa in più. «Mi sono preso un impegno ufficiale – dice Poli: – di accompagnarlo sino in quinta». Chissà se, nelle mattine d’inverno, quando l’ingresso è alla prima ora ed è necessario partire un’ora prima, il prof. si pentirà della sua scelta. Ma, forse, a ripagarlo, sarà il sorriso di Walter. O le parole di Elisabetta Quaglia, la combattiva mamma. «Se Marco Poli avesse lasciato il Migliorini – dice – avremmo ritirato nostro figlio. Ha già sofferto troppo. I capoccioni del Ministero non immaginano cosa voglia dire, tutte le mattine, trascinare a scuola un ragazzo che non vuole entrare in classe, che ha paura di essere rifiutato, di essere preso in giro. Noi lo abbiano provato e a soffrire non è solo lo studente, ma un’intera famiglia». Con Marco, invece, le cose sono andate subito in modo diverso. «L’anno scorso, quando nostro figlio ha iniziato la prima – dice Elisabetta – eravamo molto titubanti. Poi è comparso Marco che ha dato il via a un’azione meravigliosa: ha fatto sentire Walter accettato innescando un movimento di accoglienza e solidarietà da parte di tutta la classe. E Walter si è aperto, ha fatto progressi impensabili. E poi Walter ha problemi di linguaggio, ma Marco lo sa capire ». E aggiunge: «Non è vero che i giovani di oggi sono cattivi: se hanno un buon esempio lo sanno seguire con entusiasmo. I compagni l’hanno saputo abbracciare e sono cambiati». Così è partito il contagio: prima tra gli altri docenti, poi con i compagni e infine con tutto l’istituto. E Walter è cambiato, ha pensato che del mondo ci si può fidare. Qualche volte. Una piccola, grande storia che apre uno squarcio di luce in un cielo che oggi lascia intravvedere poche stelle. «Bisogna avere il coraggio di superare i pregiudizi», dice la mamma di Walter. Anche perché, forse non sono tanti, ma di “Marco”, al mondo, qualcuno c’è rimasto. Riaccendendo la voglia, ancora per una volta, di dire “I care”.

fonte:http://www.ilsecoloxix.it/