
Donna, giornalista professionista, classe 1958, madre di due figli, è nata, vive e lavora a Roma.
Fiamma Satta
è nota ai più per aver condotto numerosi programmi radiofonici, ad
esempio, le fortunate edizioni della “Posta del cuore”, realizzate per
RAI Radio 2 con
Fabio Visca (
Fabio e Fiamma e la trave nell’occhio e
Fabio e Fiamma), oppure
L’una storta, sempre per RAI Radio 2, programma quotidiano con «indignazioni e ospiti vari», come racconta una sua biografia.
Nel 1993 le è stata diagnosticata la
sclerosi multipla, da lei ribattezzata “Sua Molestia”, che le ha permesso di constatare l’
inciviltà con la quale spesso sono chiamate a cimentarsi le persone in difficoltà.
Ed è proprio per raccontare questa inciviltà che dal 2009 cura, per
«La Gazzetta dello Sport», una rubrica dal taglio ironico, intitolata
Diversamente aff-abile. Diario di un’invalida leggermente arrabbiata. Da questa, nel 2010, è nato l’omonimo
blog,
ospitato nel sito della “rosea”, ove non si tratta solo di disabilità,
ma si illustrano anche – grazie ai vari contributi di personaggi della
cultura e dello spettacolo – diversi motivi di indignazione: razzismo,
omofobia, disprezzo dei carcerati, degli immigrati, degli anziani e dei
malati in genere. Alcuni di questi scritti sono raccolti nell’ultimo
libro di Fiamma,
Diario, diversamente affabile (Torino, Add editore, 2012).
«La sclerosi multipla […] è un doping al contrario
grazie al quale io percorro a piedi i 15 metri fra il posto giallo e il
mio portone in 3 minuti e 42 secondi, praticamente una lumachina stanca»
(F. Satta, Diario, diversamente affabile, p. 19). Cara Fiamma,
può raccontarci brevemente com’è cambiata la sua vita da quando ha
scoperto di avere la sclerosi multipla?
«Quando una malattia invalidante, cronica e progressiva irrompe nella
vita di una persona e della sua famiglia, produce uno sconquasso
fisico-psicologico non indifferente. Personalmente, il danno più grave
che “Sua Molestia” ha prodotto in me non è solo un danno fisico (ad
esempio la progressiva incapacità di camminare), ma una
lacerazione dei rapporti affettivi.
La non accettazione della malattia da parte di chi ne porta il carico,
il malato, e da parte di un familiare o più familiari, è devastante.
D’altra parte, però, voglio concedere a “Sua Molestia” il “pregio” di
avermi reso progressivamente più attenta, e più predisposta
all’approfondimento della realtà. E di essere stata per me una specie di
“lente di ingrandimento”, per individuare anche le più nascoste
inciviltà».
Nel suo ultimo libro, lei distingue tra abilioni (individui abili consapevolmente incivili) e abilioti (anch’essi incivili, ma inconsapevoli). Perché pensa che sia così importante raccontare l’inciviltà?
«Perché serve a renderci tutti quanti più consapevoli del suo dilagare».
Che idea aveva della condizione di disabilità prima di
esserne colpita personalmente? Il coinvolgimento personale ha cambiato
la sua percezione? E se sì, in che modo?
«Certamente il coinvolgimento personale ha cambiato la mia
percezione della disabilità. Accettarla negli altri, o viverla in prima
persona è diverso. E ancora diverso, a volte difficilissimo, accettarla
per noi».
Da giornalista, come valuta la qualità dell’informazione
divulgata dai media in tema di disabilità? E da persona con disabilità
qual è il suo giudizio?
«I media cominciano ad essere più attenti alla disabilità. E i disabili
dovrebbero sforzarsi – se possibile, e per quanto possibile – di uscire
di più, mostrarsi, conoscere i propri diritti, pretendere di essere
rispettati. E guardati negli occhi. Perché negli occhi si intravede la
persona, e non nelle sue capacità motorie».
Recentemente a Londra si sono svolte le Paralimpiadi. Un
evento che ha avuto una copertura mediatica senza precedenti. Mostrare
le straordinarie imprese degli/delle atleti/e disabili aiuta a superare
l’equazione ancora molto diffusa “persona con disabilità=persona senza
alcuna abilità”, oppure rischia di indurre qualcuno a sottovalutare le
difficoltà quotidiane incontrate dalle persone disabili comuni nel
fruire dei luoghi e nell’accedere ai servizi di cui lei parla nei suoi
scritti?
«La visibilità delle Paralimpiadi è senza dubbio positiva per
tutti: abili e disabili. Le difficoltà quotidiane non devono mai essere
sottovalutate, da nessuno».
Gli studi in tema di donne con disabilità hanno rilevato le
discriminazioni multiple a cui esse spesso sono soggette. A livello di
esperienza personale ha mai avuto riscontri in tal senso? Si è mai
sentita più discriminata rispetto agli uomini con disabilità?
«Non ho mai avuto esperienze di discriminazione rispetto a
uomini con disabilità, sul lavoro, o fuori. Certamente nel lavoro, però,
la mia condizione mi ha posto in una posizione di “svantaggio” di
fronte a uomini abili, ma non mi sono mai sentita da meno di loro. Anzi…
Prova questa, che l’abilità di una persona non si misura sulle sue
capacità motorie».
Nel videoblog Ritorno di Fiamma,
ospitato nel sito di «Vanity Fair», lei intrattiene il suo pubblico con
dialoghi, conversazioni, interviste sui più diversi temi con persone
della cultura e dello spettacolo. Talvolta queste persone sono chiamate a
leggere delle poesie. Così possiamo ascoltare e vedere, ad esempio,
Margherita Hack che legge Stella, mia unica stella di Giuseppe Ungaretti, oppure Paola Turci che legge Io non ho bisogno di denaro di Alda Merini. Vuole chiudere questo scambio con qualche verso che le piace particolarmente?
«Amo particolarmente questa poesia di Emily Dickinson: “Un
sepalo ed un petalo e una spina / In un comune mattino d’estate, / Un
fiasco di rugiada, un’ape o due, / Una brezza, / Un frullo in mezzo agli
alberi / Ed io sono una rosa!” (1858)».
fonte:
http://www.superando.it/
Sto leggendo il suo libro in questi giorni ed è fantastico, ve lo consiglio!