Cinquanta persone insieme ai loro familiari hanno iniziato a
digiunare contro il mancato varo del Piano nazionale per la non
autosufficienza: «Il governo non rispetta le promesse»
DOPO TRE PRESIDI - «La scorsa settimana avevamo rinnovato le nostre richieste ai Ministeri e al presidente del Consiglio, inviando anche un primo elenco di malati disposti allo sciopero della fame
- aggiunge Raffaele Pennacchio, medico della provincia di Caserta,
malato di Sla allo stadio iniziale -. Abbiamo ricevuto solo la
disponibilità del Ministro della Salute a incontrarci mercoledì 24, ma
un incontro unilaterale non sarebbe risolutivo. Chiediamo di incontrare i
tre ministri contemporaneamente e concordare insieme un piano di
intervento blindato per i disabili gravissimi. Nell’attesa, da domenica
abbiamo cominciato a interrompere gradualmente l’alimentazione». Molti
sono malati gravissimi allettati, collegati a macchine per respirare, si
alimentano attraverso sondini posizionati nello stomaco.LOTTARE PER UNA VITA DIGNITOSA - «Il problema è che i Ministeri non dialogano tra loro - dice Salvatore Usala di Monserrato, provincia di Cagliari, malato di Sla e segretario del "Comitato 16 Novembre" -. Faccio lo sciopero della fame perché sto lottando per una vita dignitosa: per me, la mia famiglia, ma soprattutto per i tanti che vengono "imprigionati" in residenze. Io sono paralizzato, scrivo con gli occhi con un computer dotato di puntatore oculare, mi nutro tramite un tubo inserito nello stomaco e respiro grazie a un altro tubo inserito in trachea, alimentato da ventilatore - prosegue Usala -. Ci rendiamo conto della situazione difficile che il Paese sta affrontando e per questo avevamo proposto il progetto "Ritornare a casa", che farebbe risparmiare soldi allo Stato e consentirebbe a chi non è autosufficiente di vivere coi propri cari».
"RITORNARE A CASA" - Da sei anni funziona in Sardegna e riguarda un migliaio di assistiti, costretti alla tracheostomia 24 ore su 24 in ventilazione meccanica invasiva. «La Regione spende circa 20 milioni di euro fra oneri normali e aggiuntivi, ma ne risparmia 50 - sottolinea Usala -. Si sono infatti ridotti al minimo i ricoveri in rianimazione (costano 1.800 euro al giorno) e anche quelli nelle Rsa, Residenze sanitarie assistenziali, a totale carico del Servizio Sanitario Regionale». «In Italia purtroppo si preferisce ricorrere a residenze sociosanitarie, con costi molto più alti di quelli necessari per assistere nelle loro case, circondati dall’affetto dei propri cari, pazienti che necessitano di assistenza domiciliare 24 ore su 24 - aggiunge Pennacchio -. La mancanza di un piano per l’autosufficienza efficace e applicabile su tutto il territorio nazionale fa sì che tutto il carico assistenziale ricada sui familiari, quando ci sono, con uno stravolgimento completo della loro vita».
fonte:http://www.corriere.it/
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