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Ilaria

lunedì 17 dicembre 2012

«Metrò, su e giù per le scale con mio figlio in passeggino» ] «Metrò, su e giù per le scale con mio figlio in passeggino»

La denuncia di Giusi: non mi fanno usare la pedana. Il piccolo soffre di sindrome di down e ipotonia muscolare

Giusi con suo figlio David sulle scale del metrò (Fotogramma)Giusi con suo figlio David sulle scale del metrò (Fotogramma)
MILANO - Ogni giorno «la stessa ginnastica». Giusi e David alla fermata della metropolitana, la mamma e il bimbo, la donna e il passeggino, due braccia che sollevano il piccolo e l'involucro (con pappa, cambio e documenti medici), il tutto fa 30 chili, su e giù per le stazioni cittadine, logopedista e fisioterapista, un pensiero fisso: «Prima o poi cadiamo». David cresce ma non cammina, soffre di sindrome di Down e ipotonia muscolare, Giusi lo deve sollevare per raggiungere il metrò. La pedana per i disabili - denuncia - è riservata a chi è in carrozzella. «Il mio David non la può usare». LA DENUNCIA - Burocrazia e trasporti, Giusi da mesi presenta reclami, scrive all'Atm, macina chilometri trascinando bambino e passeggino. «Il personale mi riferisce che è un ordine della direzione. Ma se durante la discesa e la salita mi ammazzo?». Serie di repliche. Del Comune: «Ci dispiace, ma la risposta non può essere fornita dall'amministrazione poiché il servizio è di Atm». Dell'Atm, in agosto: «Pur comprendendo le motivazioni alla base del suo reclamo, occorre precisare che il montascale è omologato esclusivamente per il trasporto disabili in carrozzella. Siamo rammaricati, ma speriamo di averle fatto comprendere che, favorendo il suo ingresso in stazione tramite montascale, metteremmo a rischio la sua incolumità». Giusi mostra i fogli: «Se cado per conto mio non è grave, se scivolo dal montascale diventa un problema di sicurezza. Oltretutto in ospedale me lo fanno usare tranquillamente».
LA PEDANA - Mangiagalli, San Raffaele, Regina Elena, Besta. A Lambrate «gli ascensori non funzionano», il bus 93 diretto a Niguarda «ha i gradini alti». Giusi non si arrende, altra lettera, questa volta a Pierfrancesco Maran, assessore alla Mobilità. Scrive: «Mi si nega l'uso della pedana e non posso usare passeggini più leggere perché non sono abbastanza contenitivi per il mio bimbo». È dell'8 novembre la risposta dell'assessore e i termini della questione non cambiano: «L'utilizzo del montascale è regolato del ministero dei Trasporti che ne prevede l'uso esclusivo ai disabili in carrozzina. Il montascale è omologato solo per le carrozzine ed è per questo fornito di una barra di sicurezza a protezione di eventuali spostamenti del passeggero».
LA BATTAGLIA - Fuori dall'ufficialità, domenica Maran diceva: «Purtroppo conosco bene la vicenda. Le linee 1 e 2 non hanno ancora strutture adeguate a certe esigenze. Stiamo lavorando per colmare questo gap». Giusi insiste: «Voglio vedere questa legge del ministero». Si scalda: «È un diritto poter viaggiare sui mezzi pubblici». Oggi Giusi incontrerà gli avvocati della Lega per i diritti delle persone con disabilità (Ledha): «È una battaglia di tante mamme, non solo mia. Dobbiamo vincerla a tutti costi».

fonte: http://milano.corriere.it/

Avvocati volontari per difendere i diritti dei disabili

A Genova apre lo sportello Informadiritti, servizio gratuito della Consulta della regione Liguria sull'handicap. Insieme ai legali un team di architetti, docenti e volontari esperti di disabilità
il porto di genova GENOVA - Discussioni tra condomini per l'abbattimento delle barriere architettoniche, discriminazioni sul lavoro, a scuola o nei luoghi pubblici. Per questo e per ogni contenzioso che coinvolga una persona disabile, è nato "Informadiritti", il servizio gratuito della Consulta della regione Liguria sull'handicap. Un gruppo di avvocati volontari (per ora cinque, ma ci si aspetta che altri aderiscano presto), insieme ad architetti, docenti e volontari esperti del settore, è a disposizione per rispondere ai dubbi e per cercare di risolvere eventuali problemi sull'accessibilità. "Il servizio nasce dalle specifiche richieste di molte persone disabili e delle loro famiglie che normalmente si rivolgono alla Consulta - spiega Claudio Puppo, segretario e responsabile di Informadiritti -. Situazioni che hanno bisogno di un parere autorevole, soprattutto su sentenze giurisprudenziali".
Il progetto, partito grazie all'iniziativa di due avvocati genovesi, è attivo dal 29 novembre in via sperimentale. Finora la maggior parte delle richieste ricevute riguardano la scuola, il lavoro e in particolare le "diatribe tra vicini di casa per il superamento delle barriere architettoniche", sottolinea Puppo. Lo sportello apre su appuntamento presso la sede genovese della Consulta, in via Fieschi 15, mentre è possibile lasciare un messaggio telefonico in qualsiasi momento chiamando lo 010 548 8031. Informadiritti è uno dei servizi offerti ai cittadini con disabilità. Da diversi anni il Comune di Genova ha aperto un ufficio dedicato a sbrigare le pratiche per l'abbattimento delle barriere architettoniche. È possibile segnalare ostacoli e disservizi in città, chiamando lo 010 5573205, oppure compilando il modulo sul sito dell'amministrazione. Ma basta fare un giro per il centro storico del capoluogo ligure, per rendersi conto che resta ancora molto lavoro da fare per rendere la città davvero accessibile.

fonte:http://www.superabile.it/web/it/

Tanja Kiewitz: la bellezza della disabilità

La frase che campeggia in alto sulla cartellonistica fa il verso a una pubblicità del 1994 con Eva Herzigova come protagonista, e recita “Guardami negli occhi… ho detto negli occhi”. Ma qui non si parla di reggiseni, ma di disabilità. La campagna informativa si chiama Regard ed è stata ideata dalla organizzazione no-profit belga Cap 48.

La bellissima 35enne Tanja Kiewitz, modella per un giorno chiesta in prestito al mondo del design per il quale lavora, sorride dai cartelloni che fanno bella mostra di sé in tutta la Francia e il Belgio. In reggiseno, sorriso smagliante e corpo sinuoso, chiede insistentemente che gli occhi non scivolino nel pregiudizio dell’handicap di un braccio solo, ma giudichino la sua bellezza nella sua interezza.

La campagna di sensibilizzazione, nonostante qualche critica, ha ottenuto moltissimi consensi tanto che l’associazione nell’ultimo Telethon nazionale ha raccolto oltre 4 milioni di euro, il 10% rispetto l’anno precedente.

Tanja ha così dichiarato al quotidiano francese Libération:

    L’ho fatto perché, almeno per una volta, posso mostrarmi come sono senza dovermi nascondere. Dobbiamo smettere di pensare che io non sia un essere umano, ma solo un piccolo braccio che penzola con una personalità. Le persone, troppo spesso, pensano che i disabili non abbiano una personalità, li considerano gente diversa. Bisogna sottolineare che io sono in tutto e per tutto una donna che può essere bella e sexy.

fonte:http://www.diredonna.it/

Grande successo per Miss Sorda e Mister Sordo 2012

Caserta - Lo scorso primo dicembre, presso il prestigioso teatro comunale di Caserta, si è svolta la finale nazionale di Miss Sorda e Mister Sordo 2012, concorso di bellezza ideato e prodotto dall'artista Anny Tronco che da sempre si batte per una maggiore integrazione tra il mondo dei sordi e quello degli udenti.
Organizzato e pianificato con cura in ogni minimo dettaglio, la seconda edizione del concorso Miss Sorda e Mister Sordo 2012 ha potuto contare su un cast di assoluta eccellenza: madrina del concorso è stata l'eccentrica ed esuberante Marina Ripa di Meana, al suo fianco in qualità di presidente di giuria, il giornalista ed autore televisivo Cesare Lanza, firma di numerosi programmi di successo da Domenica in… al Senso della vita, alle celebri edizioni del Festival di Sanremo presentate da Paolo Bonolis e Antonella Clerici. Professionale e coinvolgente la presentazione affidata all'ottima Paola Saluzzi, che ha portato in scena l'entusiasmo e il coinvolgimento per questa iniziativa, riuscendo con delicatezza ad entrare nel mondo del silenzio. Una serata che non ha mai smesso di sorprendere, sin dalla sua apertura: suggestioni ed emozioni si sono alternate sul palco, grazie alla sequenza di coreografie e sfilate durante le quali i diciannove concorrenti, benchè non professionisti, si sono mossi sul palco con delicatezza e competenza, conferendo ogni volta un fascino nuovo e diverso alla loro esibizione.
Emozioni e suggestioni che sono andate crescendo grazie agli interventi straordinari di Liliana De Curtis, che con tenerezza filiale ha ricordato il celebre papà Totò, di Eugenio Finardi, da sempre impegnato con la sua musica nel coinvolgimento del mondo della disabilità, e di Gabriele Marconi che con i suoi interventi comici ed ironici ha portato una ventata di spensieratezza alla serata. Momenti leggeri che dunque si sono alternati a momenti di maggior intensità e commozione, come quando la patron della manifestazione Anny Tronco ha ricevuto il premio Socrate 2000 Ritorno al merito, per il suo quotidiano impegno e la sua dedizione a favore dei sordi. Il secondo premio Socrate è stato assegnato alla presentatrice Paola Saluzzi, per le sue indiscusse doti di competenza e professionalità. La serata, infine, è stata allietata dalla musica del cantautore Stefano Artiaco.
Dopo tre momenti di eliminazione che hanno tenuto con il fiato sospeso tutto il pubblico che gremiva il teatro comunale di Caserta, i vincitori della seconda edizione di Miss Sorda & Mister Sordo 2012 sono stati i bellissimi Angela Bombardi e Alessio Zappacosta. La vittoria gli consentirà di partecipare a Praga il prossimo luglio ai concorsi "Miss & Mister Deaf Europe" e "Miss & Mister Deaf World.
Assegnate anche le fasce Miss e Mister Sorriso, Miss e Mister Eleganza, rispettivamente a Angela Bombardi e Luigi Mastracci, Sandra Sidoli e Alessio Zappacosta. Per la riconosciuta ed evidente valenza sociale Miss Sorda & Mister Sordo potrà inoltre contare su una copertura televisiva nazionale: la finale andrà in onda il prossimo otto dicembre su Gold Tv Italia (can. 128) e su ben due canali della piattaforma Sky (can. 892 e 925).
E per il prossimo anno? Le selezioni per Miss Sorda & Mister Sordo 2013 partiranno il prossimo 15 dicembre: per iscriversi basterà inviare una mail a iscrizioni@missorda.it.

fonte:http://www.casertanews.it/

domenica 16 dicembre 2012

Strage di Newtown. Killer autistico? Nicoletti: "Un'approssimazione che non può e non deve passare"

scena della strage ripresa dalle tvE' polemica sulle notizie diffuse dai media rispetto all'identità dell'autore della strage avvenuta in una scuola elementare degli Stati uniti. Le reazioni di Nicoletti e Bomprezzi sui rispettivi blog della Stampa e sul Corriere della sera. Sulla vicenda interviene anche l'Autistic Self Advocacy Network: "E' indispensabile che i media evitino di tracciare collegamenti infondati tra autismo e violenza"
ROMA - "Un autistico non spara! Adam Lanza non poteva essere un autistico. Ancora una volta si cita in maniera inadeguata una patologia che è tra le più diffuse forme di disabilità".  E' questo il commento di Gianluca Nicoletti sul suo blog Obliqua-mente sulle pagine online della Stampa sulla vicenda della strage di Sandy Hook, una scuola materna ed elementare di c nel Connecticut, a poco più di 100 chilometri da New York dove hanno perso la vita 27 persone, di cui 20 bambini. Secondo il New York Times (notizia poi ripresa da diversi media), Adam  Lanza, il ventenne che ha commesso la strage, era affetto da una sindrome autistica, ma sulla questione è scoppiata la polemica. Per Nicoletti, infatti, si tratta di "un'approssimazione che non può e non deve passare".
"L'autistico è una persona incapace di autonomia - spiega Nicoletti -, che non saprebbe uscire di casa per andare a scuola se non accompagnato, che difficilmente riuscirebbe a usare razionalmente un'arma da fuoco in maniera così reiterata, ma soprattutto è una persona che si tura le orecchie atterrito se solo sente battere le mani o entra in una stanza con la musica ad alto volume". Per Nicoletti "è facile associare al termine "autistico" quello di "asociale" e quindi condividere conclusioni assolutamente infondate, l'autismo evidentemente è una patologia di cui la categoria a cui appartengo ha una profonda ignoranza, eppure è la prima causa d'handicap, ci sono più autistici in giro di ciechi, sordi e down messi assieme (non lo dico io lo dice il Censis)".  Un errore, quello commesso dai media, che potrebbe aggravare il peso di tante famiglie che vivono ogni giorno le difficoltà di avere un familiare disabile. "Non vorrei che tanti genitori come me da oggi, oltre il peso dell' indifferenza delle istituzioni, dell' emarginazione in strutture scolastiche non adeguate e della poca preparazione della nostra classe medica a fronte di un problema in crescita (nasce un autistico ogni cento bambini), dovesse pure sobbarcarsi il sospetto che il proprio ragazzo possa tirar fuori un' arma e fare una strage".
Anche Franco Bomprezzi, sul suo blog sul Corriere della sera, è intervenuto sulla questione. "Bisognerebbe dunque stare molto attenti a usare le parole e le definizioni - scrive Bomprezzi -, a stigmatizzare e delimitare il comportamento di una persona che improvvisamente decide di compiere un gesto mostruoso, apparentemente senza segnali evidenti che ne facciano presagire l'efferatezza. Anche perché ho la sensazione che comprensibilmente l'opinione pubblica americana stia cercando una via di fuga plausibile rispetto all'argomento principale e determinante, ossia la perniciosa e intangibile libertà di detenere e usare armi in quantità impressionante". Sulla vicenda è intervenuta anche l'Autistic Self Advocacy Network (Asan). "E' indispensabile che i commentatori e i media evitino di tracciare collegamenti inadeguati e infondati tra autismo o altre disabilità e violenza - spiega l'Asan -. Gli americani autistici e soggetti con altre disabilità non sono più inclini a commettere atti violenti rispetto ai non disabili. In realtà, le persone con disabilità di ogni tipo, tra cui l'autismo, hanno di gran lunga maggiori probabilità di essere delle vittime di crimini piuttosto che essere colpevoli di violenze".

fonte:http://www.superabile.it/

Francia, diventa disabile a causa di un contraccettivo

Disabile a causa di un farmaco. Per la prima volta in Francia una giovane donna ha accusato una pillola anticoncezionale di aver causato i gravi handicap di cui soffre, e ha avviato un'azione legale contro il colosso farmaceutico Bayer.
Secondo quanto ha scritto il quotidiano Le Monde, Marion, 25 anni, ha deciso di sporgere denuncia contro l'azienda tedesca, che produce il farmaco in questione, per «danni involontari alla sua integrità fisica».
INCIDENTE VASCOLARE. Nel 2006 infatti Marion, appena tre mesi dopo aver cominciato a prendere la pillola di terza generazione Meliane, ha subito un grave incidente vascolare cerebrale che le ha causato handicap pesanti.
Da allora è diventata disabile al 65%. La giovane ha anche sporto denuncia contro l'Agenzia sanitaria francese per la sicurezza dei farmaci (Ansm) per «violazione del principio di precauzione», per non aver ritirato la pillola in questione dal mercato.
Per il padre di Marion, André Larat, il fatto che la figlia si viva «è un miracolo», anche se la ragazza soffre di emiplegia, afasia ed epilessia.
PORTATRICE DEL FATTORE V DI LEIDEN. Dopo l'attaco cerebrale, in seguito all'assuzione del farmaco, alcune analisi hanno rivelato un'anomalia genetica: Marion sarebbe infatti portatrice del fattore V di Leiden, una variante della proteina fattore V umana che aumenterebbe il rischio di trombosi venosa.
«In questi casi l'uso di contraccettivi orali è sconsigliatissimo. Ma nessuno», ha sottolineato Larat, «ha proposto a Marion di effettuare controlli sui fattori di coagulazione prima di prescriverle la pillola. Né le sono mai stati chiesti gli antecedenti familiari».
«In Francia questa è stata la prima denuncia penale contro una pillola contraccettiva, ha precisato l'avvocato Philippe Courtois. Negli Stati Uniti di denunce contro Bayer se ne contano 15 mila».
ALLARME SCATTATO A SETTEMBRE 2012. L'allarme per il farmaco è scattato a settembre 2012, quando il ministro della Sanità, Marisol Touraine, ha annunciato che questo tipo di contraccettivi non sarebbe più stato rimborsato dalla mutua a partire dal 30 settembre 2013.
E questo dopo che l'Autority francese della salute ha riconosciuto che la loro assunzione raddoppia il rischio di trombosi venosa rispetto alle pillole precedenti, dette di seconda generazione.
Il rischio, comunque, secondo il ministero sarebbe di 3-4 quasi su 10 mila pazienti.



fonte:http://www.lettera43.it/

Violenze sulla compagna disabile Il figlio lo filma e lo denuncia: arrestato





REGGIO EMILIA - Sdegnato per la violenza bestiale quotidiana commessa dal padre che massacrava di botte la compagna, invalida civile, ha prima documentato le violenze filmandole con il propriocellulare e poi si è presentato dai Carabinieri di Reggio Emilia per denunciare l'uomo, un 47enne di Reggio Emilia. Dopo la denuncia, l'8 novembre dello scroso anno l'uomo è stato arrestato con l'accusa di maltrattamenti in famiglia aggravati nei confronti della propria convivente, sottoposta a sofferenze fisiche e morali in modo continuativo ed abituale.

In particolare, a quanto documentato nei video girati dal figlio, l'uomo trascinava la donna con violenza dentro casa e si alterava quando la donna chiedeva di essere accompagnata in bagno, la sbatteva sul letto aggredendola fisicamente a schiaffi e pugni sul viso. La decisione di denunciare il padre è maturata nel giovane durante un breve periodo in cui è stato ospite a casa della coppia: ai Carabinieri l'uomo ha riferito di essersi accorto sin dal suo arrivo che il padre trascorreva le giornate bevendo per poi colpire con violenza la compagna.

L'uomo, scarcerato lo scorso febbraio, è stato sottoposto alla misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dall'ex compagna. Tuttavia, nei giorni scorsi, oltre a presentarsi più volte sotto casa, il 47enne l'ha minacciata di morte qualora avesse testimoniato all'udienza del processo. La Corte d'Appello bolognese dunque ne ha disposto nuovamente l'arresto.

Ritorno alla vita

La storia di una grave malattia neuromuscolare, le paure, i disagi, la tracheotomia e il “ritorno alla vita”, con la voglia, oggi, di uscire a “veder gente”. Il tutto raccontato in prima persona, con stile sempre estremamente vitale e talora con la giusta dose di ironia (e autoironia), anche quando le situazioni diventano quanto mai drammatiche

Federica Colarossi, "Il felice disegno della vita"«Prima del ricovero – ci ha scritto Maria Angela Caroppo, presidente della UILDM di Udine (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) – il nostro socio Diego non usciva più di casa da anni, lui che era un uomo attivo e impegnato politicamente. Ora è rinato e io mi sento più leggera».
È bello, questo lungo racconto in prima persona di una malattia neuromuscolare, perché, con stile sempre estremamente vitale e talora con la giusta dose di ironia (e autoironia), tratta anche una serie di situazioni quanto mai drammatiche. Ben volentieri lo pubblichiamo integralmente.

Era la metà di dicembre del 2009. Da alcuni giorni non stavo bene. Mangiavo poco, febbre continua, catarro e non riuscivo a deglutire. Sarà l’influenza, si pensava, ma la saturazione bassa – nonostante fossi collegato al ventilatore tramite mascherina – non era un buon segnale.
Infatti, una sera mi trovai in grosse difficoltà respiratorie. L’affanno sempre più forte e la saturazione bassa spinsero i miei a chiamare gli operatori del 118 che, visto il mio quadro clinico, decisero di portarmi al Pronto Soccorso.
Qui raggi e TAC diagnosticarono una polmonite bilaterale. Ricordo il vociferare tra i dottori e quando captai la frase «va intubato e portato in terapia intensiva», fu il panico.
Siamo tutti laureati!
Ricordo che cominciai, non so perché, a dare disposizioni ai miei su come e a chi dovessero essere date le mie cose. «Ma che fai,  testamento?», mi chiese mio cognato. «Non si sa mai», risposi.
Fui portato in una stanza, dove poco dopo entrarono dottori e infermiere che mi dissero di stare tranquillo. Una parola! Non riuscivo a respirare, stavo per essere intubato e su quel lettino mi faceva male l’osso sacro e, secondo loro, avrei dovuto stare sereno e tranquillo!
«Ora ti togliamo la mascherina e ti intubiamo, così potrai respirare meglio», mi informò il dottore.
Ricordai loro di fare attenzione perché senza mascherina avevo pochissima autonomia. La risposta fu: «Qua dentro hai a che fare con tutte persone laureate!». Ah beh, allora… Poi non ricordo nulla.
Mi svegliai in una stanza piena di luce. Sentivo qualcosa in bocca, ma non dava più di tanto fastidio. Vedevo un  tubicino entrare dal naso e qualcuno che alla mia destra trafficava nel mio collo. Scoprii più tardi che mi avevano applicato il “centrale”, una sorta di catetere attraverso il quale è possibile non solo iniettare i medicinali, ma anche effettuare i prelievi di sangue per gli esami periodici, evitando così il fastidio di doversi sottoporre alle punture venose.
Cominciò in quel momento la mia permanenza (e avventura) alla terapia intensiva della Clinica Universitaria di Udine.
Tranquillo, è tutto nella norma…
La prima cosa che mi procurò un certo sgomento fu il rendermi conto che non riuscivo a parlare. Cercavo con gli occhi di attirare l’attenzione di dottori e infermieri, finché non riuscii ad emettere con la bocca uno strano rumore che sarebbe diventato l’incubo e il tormento del personale infermieristico.
Prima di continuare, va spiegato che in terapia intensiva ci sono persone in coma, trapiantati, pazienti in gravi condizioni e quello che conta e vale per gli operatori sono i parametri e i valori espressi dai macchinari. Sottolineo questo perché il personale è “portato” a interagire non con te – paziente e persona -, bensì con i macchinari che ti stanno monitorando. O meglio, ha più valore il parametro espresso dal macchinario che le sensazioni o quello che ha da dire il paziente.
Chiamavo (con il suono di cui ho parlato prima) perché ero in difficoltà con il catarro e arrivava qualcuno che senza guardarmi si piazzava davanti al monitor ed esclamava «Badolo, tranquillo, i parametri sono nella norma!». Saranno anche nella norma, ma non il catarro! Ma come farglielo capire?
Avevo in quei giorni bisogno di vedere attorno a me sempre qualcuno. Vedere dottori, infermieri o personale delle pulizie mi faceva stare tranquillo. In caso di bisogno – pensavo o cercavo di convincermi – c’era qualcuno a cui rivolgere lo sguardo. Ed è per questo che le notti erano angosciose. Il personale si chiudeva in una stanza (tanto c’erano gli allarmi) ed io entravo nel panico. Stavo per ore con la bocca piena di saliva e catarro (questo le pur moderne apparecchiature non lo segnalavano) e quando suonava l’allarme del vicino o passavano a fare un giro, allora si accorgevano che avevo bisogno di aiuto.
Le uniche notti in cui ho dormito sono state quelle in cui i turni li faceva una gentilissima e sensibile infermiera, Sabina che, vistomi in ansia, si era presa l’impegno di passare ogni dieci-quindici minuti a controllare che tutto fosse a posto. Se mi svegliavo era lì o, come promesso, arrivava subito dopo.
In terapia intensiva le luci erano sempre accese e oramai avevo perso la cognizione del tempo.
Inaugurazione nuovo padiglione del Gervasutta di Udine nel 2008
I giorni passavano. La mattina un po’ di fisioterapia, i soliti prelievi e le consuete incomprensioni con le infermiere (soprattutto una) e infermieri (anche in questo caso soprattutto uno). Non dev’essere facile lavorare in certi reparti, me ne rendo conto, ma la loro freddezza mi spaventava.
Sono stati quindici giorni duri, sempre nella stessa posizione.
Due pensieri mi assillavano. Il primo era quello di non farcela e il secondo di quanto fossi stato sciocco. Sciocco perché oramai erano anni che non facevo una visita di controllo. Più volte avevo risposto «la prossima volta» all’invito di recarmi a visite e analisi. Ero consapevole che ciò non avrebbe di certo evitato la polmonite, ma in quei giorni quello era il pensiero. Quanto meno sarei arrivato a tutto questo con maggiori informazioni. Meno impreparato.
Fin dall’inizio i miei avevano contattato il dottor Antonio Peratoner, già primario della Pneumologia dell’Istituto di Medicina Fisica e Riabilitazione Gervasutta, che per anni aveva seguito il mio caso e che da persona disponibilissima qual è, aveva sempre risposto e dato preziosi consigli. Il giorno del ricovero è stato addirittura chiamato a notte fonda e, nonostante questo, si è adoperato in maniera incredibile. Ed è stato lui a pronunciare, nei miei confronti, la parola “tracheo”.
Per un attimo è stata come una morsa allo stomaco, una frustata, una scossa. Ma solo per un attimo. Sorprendentemente, dopo un primo momento di smarrimento, è subentrata un’inaspettata calma. «Se bisogna farla, facciamola», era ciò che pensavo. Segno che l’approccio del dottor Peratoner all’argomento era stato quello giusto e che le parole e i toni utilizzati erano stati rassicuranti. Segno anche che se i medici ben illustrano, spiegano e motivano le scelte e le cure da fare, queste (pur non essendo piacevoli) fanno meno paura.
Ricordo solo i preparativi, gli attrezzi, il monitor, il materiale che sarebbe stato utilizzato e poi più nulla… Quando mi sono risvegliato, la prima sensazione è stata quella piacevole di sentire la bocca libera. Non c’era più il tubo di gomma dell’intubazione. Respiravo bene. Nessun dolore. Da quel momento in poi, termini come cannule, controcannule, sondini e aspirazioni sarebbero diventati familiari.
Purtroppo, non riuscendo a deglutire bene e per poter rimuovere il sondino naso-gastrico, si decise, dopo la tracheo, di applicare anche la PEG (gastrostomia endoscopica percutanea), per l’alimentazione e l’idratazione. Anche in questo caso non ricordo nulla se non il “giretto” dalla terapia intensiva al reparto di gastroenterologia. Sospettando infatti che la polmonite fosse ab ingestis – causata cioè da frammenti di cibo finiti in trachea – non mi davano nulla per bocca.
Ma ciò che in quei giorni più mi pesava era il fatto di vedere poco i familiari, una volta al giorno e solo per un’oretta. Avrei voluto sempre qualcuno vicino, ma non era possibile.
E così, superata la fase acuta, si programmò finalmente il trasferimento per la riabilitazione all’Istituto Gervasutta, con un’ambulanza della Croce Rossa.
Vi sembra uno in sofferenza?
Premessa: quando si stacca il ventilatore dalla rete elettrica, entra in funzione la batteria. Un sensore acustico avvisa appunto che si sta lavorando in “modalità batteria” e sul monitor appare il relativo simboletto. L’autonomia è di circa due ore. Quando arrivarono gli operatori della Croce Rossa, il ventilatore era già stato staccato dalla rete elettrica. Mi misero così sulla barella, chiesero informazioni sulla durata della batteria e… partenza!
Vladimir Kosic, allora assessore alla Salute della Regione Friuli Venezia Giulia, inaugura nel 2008 un nuovo padiglione all’Istituto Gervasutta di Udine
Arrivati in ambulanza, attaccarono, per sicurezza, il ventilatore all’impianto elettrico. Poco dopo, però, non so per quale problema, l’infermiere a un certo punto staccò la spina e naturalmente il sensore acustico avvisò che si stava lavorando in “modalità batteria”, con relativo simboletto sul monitor. Tutto nella norma. Quelli della Croce Rossa, però, non lo sapevano! Panico nei loro occhi. Cercai di avvisarli con il labiale che non c’erano problemi, che era tutto a posto, ma i miei tentativi di spiegazione vennero interpretati come agitazione. «Cavolo, ragazzi, c’è un problema con il respiratore!». Ed io: «Noo, è in funzione la batteria». «C’è il simbolo della batteria, forse è finita». Ed io: «Nooo,  ha due ore di autonomia», ma niente, non riuscivo a farmi capire. «Chiama il 118 e chiedi autorizzazione al Codice Giallo». «Codice Giallo negato». «Cosa? Ma siamo impazziti? Ora chiamo io», e mentre componeva il numero, rivolto a me diceva: «Stai calmo, non agitarti, vedrai che tutto si risolve». Cominciai a sorridere, pensando che vedendomi così si tranquillizzassero. Mi sbagliavo. Forse ho un sorriso che non convince, fatto sta che la tensione cresceva.
«Perché cavolo non ci date il permesso al Codice Giallo? Ho uno con la tracheo e il respiratore ha problemi». A quel punto ridevo e di gusto, ma niente, non li tranquillizzai. Poco dopo sentii la sirena e l’ambulanza aumentare la velocità. «Coraggio, stiamo arrivando». Scesi dalla vettura sotto una fitta nevicata. Poi, la corsa nei corridoi fino al reparto. I miei mi stavano aspettando preoccupati e vedendo arrivare l’ambulanza con la sirena e poi la corsa e l’agitazione del personale, temevano fosse successo qualcosa di grave. Ma a mia sorella bastò guardarmi in faccia per capire che stavo bene. Infatti, una volta entrati nella stanza, gli operatori spiegarono che c’erano problemi col respiratore e che avrei potuto essere in sofferenza. «E questa vi sembra la faccia e l’espressione di uno in sofferenza?», esclamò un’infermiera del Gervasutta guardandomi.
A questo punto mia sorella spiegò agli operatori come funzionava il ventilatore, il perché suonasse e che bastava zittire l’allarme. Un attimo di silenzio, sguardi che si incrociarono e poi… una sonora risata generale.
Tutt’altra vita al Gervasutta
Arrivato al Gervasutta e portato nella stanza, la prima piacevole sorpresa fu la finestra. Sì, il mio letto era vicino alla finestra. Rivedevo in qualche modo il mondo. Stava nevicando. Alberi e tetti imbiancati. Uno spettacolo! Il mio “soggiorno” al Centro di Riabilitazione cominciava bene.
La stanza era di due posti, ma c’ero solo io. L’indomani, però, fui trasferito nella camera vicina, molto più grande (quattro posti) e spaziosa. Ero il solo a occuparla e anche in quel caso ero vicino alla finestra. Il morale non era ancora dei migliori, ma lì almeno mi si poteva venire a trovare quando e quanto si voleva, non c’erano orari. E soprattutto era permesso – cosa per me importantissima – “farmi la notte”, compito nel quale si sarebbero alternati mia madre, mia sorella, la zia Delia e Massimo. Da quel momento in poi, infatti, la mia famiglia si organizzò per far sì che neppure per un istante fossi lasciato solo. Mia madre stava finché non arrivava la zia Maria, che si fermava fino all’arrivo di Camelia, che a sua volta non andava via finché non arrivava mia sorella. E così via, con mio padre e mio cognato a fare da “autisti”.
Mi presentarono Mara, la fisioterapista, che sarebbe risultata fondamentale per il mio recupero, una ragazza straordinaria di enorme sensibilità, sempre gentile e pacata, preparata e competente. Conobbi anche il dottor Perrotta che avrebbe seguito il mio caso. Cominciai così la fisioterapia e feci la conoscenza con l’In-Exsufflator, detto anche “macchina della tosse”.
Alba a Soprapaludo di San Daniele del Friuli (Udine)Parlai, parlai ed ancora parlai…
Devo molto al paziente e ottimo lavoro di Mara, Fabiana e Franco (questi ultimi già li conoscevo). La prima curava l’aspetto fisioterapico e respiratorio, la seconda la gestione del ventilatore e i prelievi per l’emogasanalisi. Sono persone soprattutto capaci di ascoltare. Comunicavo con il labiale, ma mai una volta che mi dicessero «non ti capisco», com’era invece accaduto in terapia intensiva. «Con calma, non c’è fretta, una parola alla volta…».
Cominciarono anche le visite del primario dottor Patruno. Va detto che la tracheo che utilizzavo aveva una cannula cuffiata, ovvero che il tubino inserito in trachea aveva un “palloncino” esterno gonfiato ad aria, che poggiava sulla parete tracheale per impedire fughe d’aria o inalazioni accidentali. L’obiettivo della riabilitazione era quello di rimuovere quanto prima la tracheo, per tornare alla ventilazione tramite mascherina nasale.
Si cominciò così con il tappare la cannula per farmi respirare con la mascherina, ma il primo tentativo non andò bene. Mi agitai. Mara e Fabiana mi dissero di stare tranquillo e che avrebbero riprovato solo se me la sentivo. Che era del tutto normale qualche difficoltà all’inizio. Mi fecero soprattutto notare – io nell’agitazione non me n’ero accorto – che in quei pochi istanti con la tracheo momentaneamente scuffiata, ero riuscito a parlare. Questo mi spronò a riprovare. Andò decisamente meglio. Stetti un paio d’ore collegato tramite mascherina nasale e parlai, parlai ed ancora parlai, ponendo decine di domande.
Da qui si prese quindi la decisione di lasciarmi la cannula scuffiata, durante il giorno, e di cuffiarla solo per la notte. Operazioni, queste, del tutto indolori, semplici, che si fanno in un attimo.

Potevo parlare e nella stanza non ero neanche più solo. Nel letto vicino, infatti, era arrivato un signore con problematiche respiratorie e di fronte un dolcissimo “nonnetto”, anche lui con tracheo e PEG. Con loro e si è instaurato un ottimo rapporto, così come tra le rispettive famiglie, rapporto che continua tuttora.
Pochi giorni dopo, il dottor Patruno si sedette accanto a me, spiegandomi per un’ora buona perché avesse deciso di lasciarmi definitivamente la tracheo. Mi illustrò in maniera dettagliata i pro e i contro, con i primi decisamente superiori ai secondi.
Quelli che stavo facendo erano passi in avanti importanti. Ma la paura era ancora ben presente ed ero in particolare terrorizzato dall’idea di dover stare sempre a letto. Mi rendevo conto, però, che il mio preoccuparmi e quel chiedere continuamente “cosa sarebbe stato di me”, faceva soffrire i miei. Stavano facendo così tanto per me e io li ricambiavo con un broncio e una continua “luna storta”? Dovevo reagire, fare qualcosa. E così fu!
Voglia di sorridere
Da quel momento mi concentrai solo ed esclusivamente sugli aspetti positivi, anche se i buoni propositi rischiarono di crollare, quando decisero di provare a mettermi in carrozzina. Ricordo benissimo di avere resistito assai poco al primo tentativo. Ero disperato. Poi, giorno dopo giorno, sono riuscito a resistere sempre più, fino a starci per ore e ore. E così il sorriso tornò.
Cominciai anche la riabilitazione con la logopedista. Dato che l’esame sulla deglutizione era andato bene, c’era la possibilità di riprendere a mangiare qualcosa per bocca, ciò che oggi faccio regolarmente e senza problemi. Mi tolsero anche il catetere per la pipì e quello venoso centrale.
Divenni più allegro e a chi mi chiedeva come stavo, rispondevo: «Beh, oggi va meglio!», «Non mi posso lamentare». Iniziai a ridere e a scherzare con i vicini di letto, ad interessarmi del loro stato di salute, a chiamare le infermiere quando loro non potevano, mentre io, essendo in carrozzina, avevo la possibilità di andare a cercarle. Ridevo con il personale infermieristico, giravo per il corridoio, incontravo altre persone ricoverate e ascoltavo le loro storie.
Quanti amici!
L’esperienza al Gervasutta mi ha profondamente cambiato. Ho visto tanta sofferenza, dolore, persone arrabbiate col mondo intero e altre che pur essendo in situazioni difficili, dimostravano una serenità incredibile.
Una parentesi doverosa voglio dedicarla al “clima familiare” del Gervasutta: bravissimi gli infermieri e le infermiere e pazienti sempre con il sorriso. Ricordo momenti molto belli passati con loro. Quel clima, l’ottimo lavoro della fisioterapista Mara, le lunghe e belle chiacchierate con lei e l’altra operatrice Fabiana, la radiolina con le cuffie prestata dall’amico Luca, che veniva spesso a leggermi gli articoli dei giornali e che mi dava modo di discutere quando i miei familiari e gli amici venivano a trovarmi, il computer – fondamentale per riallacciare quei rapporti “telematici” che riempivano buona parte della giornata -, tutto stava dando il suo frutto.
Era bello “risentire” gli amici del forum (un forum di discussione di un quotidiano nazionale) e soprattutto Camilla, che durante la degenza stampava i messaggi e me li spediva, per darmi modo di capire quante fossero le persone che chiedevano mie notizie e quanti si preoccupassero per me. I suoi sproni a non mollare, il lettore MP3 con le cuffie e le decine di canzoni che mi aveva spedito quand’ero ancora in terapia intensiva e che tanta compagnia mi aveva fatto, le sue e-mail e le telefonate… I tanti messaggi di auguri e solidarietà dai “forumisti”, le e-mail e la sorpresa e la gioia di un simpaticissimo telegramma di Gianni, le telefonate e i messaggi di Augusto, tornare a parlare di politica, arte, libri e musica con Alice, di cinema e letteratura con Francesco, anche loro conosciuti tramite il forum… E le domeniche pomeriggio, con gli amici e i parenti che riempivano la mia stanza…
Pian piano stavo riprendendo un po’ della quotidianità alla quale ero abituato, quelle piccole abitudini che facevano parte delle mie giornate. E tutto ciò mi trasmetteva tranquillità e sensazioni positive. «Se riesco a farlo qui -  pensavo – posso riprendere a farlo anche a casa!».
La “mia salvezza”
E così quella tracheo che all’inizio temevo mi avrebbe pesantemente condizionato la vita, si è poi rivelata la “mia salvezza”. Grazie ad essa, infatti, posso dire di essere letteralmente rinato e anche la gestione, alla prova dei fatti, si è rivelata più semplice di quel che pensavo. Oggi, addirittura, non serve nemmeno medicarla ogni giorno.
Fatto sta che sono ottimamente ventilato, sto bene, ho messo su qualche chiletto e mi è tornata una gran voglia di uscire e di andare a spasso. E tutto ciò anche e soprattutto grazie alla mia famiglia, che da sempre mi assiste in maniera ottimale. Ai miei genitori, a mia sorella, sempre vicina e presente, a mio cognato che cura gli “aspetti burocratici” e in generale al clima familiare, nel senso che a casa mia si è sempre riso tanto. Certo, i brutti momenti non sono mancati, ma l’ironia, il saper anche ridere dei propri limiti è importante. E questo, secondo me, è stato ed è un ottimo “farmaco”, naturale, sicuro e senza controindicazioni.
E grazie, infine, a un gruppo di straordinari amici del mio paese sui quali posso sempre contare.
Socio della UILDM di Udine (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare). Il presente testo è apparso in tre puntate in «DM» (nn. 176, 177 e 178), periodico nazionale della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolari) e viene qui ripreso per gentile concessione, con lievi riadattamenti al contesto.

fonte:http://www.superando.it/